un impiegato in favela

Posts Tagged ‘cooperazione internazionale’

La città del sole (CON VIDEO)

In Finestra su Haiti on 19 Maggio 2020 at 11:54

Finestra su Haiti, di Pollyanna in favela

 

Una doccia a fine giornata rilassa, distende, lava via tutto. Sfoca le immagini, sfuma gli odori, alleggerisce la pressione degli sguardi e delle carezze rubate.

Può anche essere stata una giornata sfiancante, a digiuno, cocente, che non ha nulla del gusto di una giornata caraibica. Ma quella giornata per te finisce: rientri nel tuo appartamento arredato anonimamente e ci trovi l’elettricità, anche se fluttuante, l’acqua corrente, anche se il rubinetto perde, il cibo nel frigorifero e i fuochi per cucinare.

Kimberly e Mickenson, invece, restano là, Leggi il seguito di questo post »

Silvia-Aisha e la società nazista

In Finestra sul Ponte Lambro on 15 Maggio 2020 at 14:35

Finestra sul Ponte Lambro, di Un impiegato in favela

La stupefacente disposizione di Eichmann, sia in Argentina che a Gerusalemme, ad ammettere i propri crimini, era dovuta non tanto alla capacità tipica del criminale d’ingannare se stesso, quanto alla atmosfera di sistematica menzogna che era stata l’atmosfera generale, e generalmente accettata, del Terzo Reich. “Naturalmente” egli aveva contribuito allo sterminio degli ebrei; naturalmente, se lui non li avesse trasportati “essi non sarebbero finiti nelle mani del carnefice.” “Che cosa c’è da ‘ammettere’?” diceva.

Eichmann spiegò che se riuscì a tacitare la propria coscienza fu soprattutto per la semplicissima ragione che egli non vedeva nessuno, proprio nessuno che fosse contrario alla soluzione finale.

(La banalità del male, Hannah Arendt)

“Come se un sopravvissuto ai campi di sterminio fosse uscito con la divisa nazista.”

Questo paragone fa venire i brividi per quanto sia fuori luogo: un’operatrice umanitaria rapita da un’organizzazione terroristica in un paese lontano e pericoloso non può essere lo stesso che un ebreo deportato sotto il regime nazista; è semplicemente diverso. Ma questo terribile accostamento ha evocato in me un’associazione di idee a latere in riferimento a quel periodo storico della nostra Europa. Senza avere le pretese di spingermi troppo oltre su un argomento più complesso di quelli che io possa affrontare, leggendo qualcosa (Hannah Arendt), finora ho capito che nel periodo nazista si verificò un capovolgimento di valori nell’animo dell’intera società in Germania e in gran parte dei paesi dell’Europa occidentale ed orientale; un capovolgimento di valori basato su un sistema di menzogne che trova come un espediente nella “questione ebraica”. Non posso fare a meno di pensare che la parte della nostra società che ha potuto concepire e condividere un paragone come quello sopra citato è basato su almeno una menzogna, di matrice islamofobica: la convinzione per la quale un credente dell’Islam sia lo stesso che un esponente di un gruppo terroristico di matrice islamista. Non stupisce che di conseguenza si confonda uno indumento che nell’Islam ha un significato che pure deve far riflettere (riporto sotto (*) una riflessione interessante) con quella che viene definita la divisa di Al-Shabaab (divisa che, peraltro, non esiste affatto).

La stessa parte di società ha azzardato accostamenti tra un’esperienza di volontariato promossa da un’iniziativa individuale e l’intero settore della cooperazione internazionale; ha messo in discussione il dovere dello Stato di salvare la vita di un suo cittadino (che cosa avrebbe dovuto fare, la Farnesina, in alternativa? Ignorare il destino di Silvia-Aisha insieme a quello di qualsiasi cittadino che si trovi in difficoltà all’estero?).

Tutte queste valutazioni e gli insulti sono arrivati il giorno stesso della liberazione, cioè chi si è espresso non si è dato qualche giorno di tempo per raccogliere informazioni e formarsi un’idea solida su temi molto complessi. Tralasciamo la circostanza che vede una giovanissima donna – e questo è il secondo motivo di odio – trovarsi al centro di tale mole di insinuazioni, insulti e accuse dopo due anni di sequestro. Invocare un briciolo di senso dell’umanità appare oggi indebito, almeno dalle nostre parti. Nemmeno l’esperienza della pandemia riesce ad insegnarci l’empatia.

Una buona fetta della nostra società sposa – o meglio è assoggettata a – politiche fondate sui disvalori della xenofobia, sul razzismo, sull’islamofobia e dell’antisemitismo, della misoginia e della prevaricazione, sulla negazione della logica, tale per cui una vittima, o meglio, un sopravvissuto, viene confuso col suo stesso carnefice, le congetture coi fatti, le domande con le affermazioni. Da notare che nessuno di questi si occupa di Al-Shabaab, ma neanche nessuno degli altri. Nessuno si occupa neanche troppo di Turchia, che pare avere il controllo politico del corno d’Africa, come ha una presenza forte delle coste libiche, in entrambe le aree di storica influenza italiana, ad oggi del tutto svanita a causa di un’agenda di governo tutta incentrata sugli interni e, quindi, sugli spot elettorali (a questo proposito, consiglio la lettura di questo articolo dell’ISPI).

Di questo passo, mentre mi raggiunge la notizia di bottiglie scagliate contro il condominio di Silvia-Aisha, mi chiedo se non si stiano già formando dei novelli Hitler pronti a sollevare la questione islamica (o la questione migratoria?), a promuovere iniziative di emigrazione forzata (o di violenta repressione dell’immigrazione), fino alla deportazione e allo sterminio (e tante morti nel mare e nel deserto già ci sono state). Una parte della nostra società – che rischia di rivendicarsi maggioritaria – è già pronta a lasciar svolgere il suo lavoro ad un novello Eichmann, un responsabile per la questione islamica (o migratoria), in buona pace di coscienza.

Aggiungo qui qualche altra considerazione in risposta ad alcune questioni sconsiderate di questi giorni sulla cooperazione internazionale: Leggi il seguito di questo post »

Restavek

In Finestra su Haiti on 7 Maggio 2020 at 11:46

Finestra su Haiti, di Pollyanna in favela

Di per sé non avrebbe una connotazione negativa, indicando l’atto del rimanere, del trattenersi, eppure il fenomeno del restavek è una piaga che si stima affligga mezzo milione di bambini haitiani che lavorano come domestici presso una famiglia che non è la loro. In cambio dovrebbero ricevere vitto e alloggio e avere la possibilità di frequentare la scuola, che forse al loro villaggio di origine non esiste nemmeno.

Di fatto, la “domesticità” è uno sfruttamento minorile generalmente accettato, illegale, ma quasi istituzionalizzato. La stessa scuola è organizzata Leggi il seguito di questo post »

Sirene, zombie, gatti e mapou

In Finestra su Haiti on 22 aprile 2020 at 16:20

Finestra su Haiti, di Pollyanna in favela

D’accordo… che il mondo si dividesse in cinofili e gattofili già si sapeva, ma qui in Haiti la situazione inizia a farsi complicata! Non voglio parlare di COVID-19 e nemmeno di catastrofi, perché ogni tanto abbiamo bisogno di essere più leggeri e di distrarci da un bombardamento mediatico che spesso ci vuole tristi, disperati e pessimisti. Oggi no, oggi ci vogliono un pizzico di magia, una manciata di zombie e due cucchiai di vudù. In una parola: Haiti.

Perché se ti lasci trasportare senza (troppi) pregiudizi dai racconti di amici e colleghi haitiani, ti ritrovi in campagna, al cospetto di un immenso albero pluri-centenario, il mapou: è la casa delle sirene e il luogo prediletto per i rituali dei mistici. È usato anche per mettersi in comunicazione con gli spiriti degli antenati.

Oppure, in un attimo, ti sorprendi a guardare con sospetto la tua gatta, perfino mentre cova i suoi due micini, perché Leggi il seguito di questo post »

In bilico

In Finestra su Haiti on 10 aprile 2020 at 10:40

Finestra su Haiti, di Pollyanna in favela

Haiti conosce molti “anni zero”. Ogni volta che una catastrofe si abbatte sul Paese, alla disperazione si sostituisce la voglia di ripartire, un’energia che trova la sua sorgente nel DNA di chi ha dimostrato di saper resistere e rialzarsi, sempre, nonostante tutto. Sì, ma come? L’uragano Matthew ha distrutto il Sud-Est di Haiti nell’Ottobre 2016, uccidendo centinaia di persone, sradicando case, sbriciolando strade e lasciando un immenso vuoto al suo passaggio. 

A distanza di quasi quattro anni, in una fase storica mondiale ai limiti del distopico, lo scenario a Port Salut è ancora lo stesso. Qualcuno vive ancora nelle tende dei campi profughi, qualcuno ha abbandonato la propria casa e vive nei bungalow dell’hotel in costruzione, occupato perché tanto nessuno più se ne interessa: nessuno viene a reclamare alcun diritto sullo stesso, nessuno pensa che ne valga ancora la pena.

C’è chi vende qualche verdura sulla strada e chi si improvvisa muratore; qualcuno rattoppa i buchi per strada e chiede ai passanti Leggi il seguito di questo post »