un impiegato in favela

Silvia-Aisha e la società nazista

In Finestra sul Ponte Lambro on 15 maggio 2020 at 14:35

Finestra sul Ponte Lambro, di Un impiegato in favela

La stupefacente disposizione di Eichmann, sia in Argentina che a Gerusalemme, ad ammettere i propri crimini, era dovuta non tanto alla capacità tipica del criminale d’ingannare se stesso, quanto alla atmosfera di sistematica menzogna che era stata l’atmosfera generale, e generalmente accettata, del Terzo Reich. “Naturalmente” egli aveva contribuito allo sterminio degli ebrei; naturalmente, se lui non li avesse trasportati “essi non sarebbero finiti nelle mani del carnefice.” “Che cosa c’è da ‘ammettere’?” diceva.

Eichmann spiegò che se riuscì a tacitare la propria coscienza fu soprattutto per la semplicissima ragione che egli non vedeva nessuno, proprio nessuno che fosse contrario alla soluzione finale.

(La banalità del male, Hannah Arendt)

“Come se un sopravvissuto ai campi di sterminio fosse uscito con la divisa nazista.”

Questo paragone fa venire i brividi per quanto sia fuori luogo: un’operatrice umanitaria rapita da un’organizzazione terroristica in un paese lontano e pericoloso non può essere lo stesso che un ebreo deportato sotto il regime nazista; è semplicemente diverso. Ma questo terribile accostamento ha evocato in me un’associazione di idee a latere in riferimento a quel periodo storico della nostra Europa. Senza avere le pretese di spingermi troppo oltre su un argomento più complesso di quelli che io possa affrontare, leggendo qualcosa (Hannah Arendt), finora ho capito che nel periodo nazista si verificò un capovolgimento di valori nell’animo dell’intera società in Germania e in gran parte dei paesi dell’Europa occidentale ed orientale; un capovolgimento di valori basato su un sistema di menzogne che trova come un espediente nella “questione ebraica”. Non posso fare a meno di pensare che la parte della nostra società che ha potuto concepire e condividere un paragone come quello sopra citato è basato su almeno una menzogna, di matrice islamofobica: la convinzione per la quale un credente dell’Islam sia lo stesso che un esponente di un gruppo terroristico di matrice islamista. Non stupisce che di conseguenza si confonda uno indumento che nell’Islam ha un significato che pure deve far riflettere (riporto sotto (*) una riflessione interessante) con quella che viene definita la divisa di Al-Shabaab (divisa che, peraltro, non esiste affatto).

La stessa parte di società ha azzardato accostamenti tra un’esperienza di volontariato promossa da un’iniziativa individuale e l’intero settore della cooperazione internazionale; ha messo in discussione il dovere dello Stato di salvare la vita di un suo cittadino (che cosa avrebbe dovuto fare, la Farnesina, in alternativa? Ignorare il destino di Silvia-Aisha insieme a quello di qualsiasi cittadino che si trovi in difficoltà all’estero?).

Tutte queste valutazioni e gli insulti sono arrivati il giorno stesso della liberazione, cioè chi si è espresso non si è dato qualche giorno di tempo per raccogliere informazioni e formarsi un’idea solida su temi molto complessi. Tralasciamo la circostanza che vede una giovanissima donna – e questo è il secondo motivo di odio – trovarsi al centro di tale mole di insinuazioni, insulti e accuse dopo due anni di sequestro. Invocare un briciolo di senso dell’umanità appare oggi indebito, almeno dalle nostre parti. Nemmeno l’esperienza della pandemia riesce ad insegnarci l’empatia.

Una buona fetta della nostra società sposa – o meglio è assoggettata a – politiche fondate sui disvalori della xenofobia, sul razzismo, sull’islamofobia e dell’antisemitismo, della misoginia e della prevaricazione, sulla negazione della logica, tale per cui una vittima, o meglio, un sopravvissuto, viene confuso col suo stesso carnefice, le congetture coi fatti, le domande con le affermazioni. Da notare che nessuno di questi si occupa di Al-Shabaab, ma neanche nessuno degli altri. Nessuno si occupa neanche troppo di Turchia, che pare avere il controllo politico del corno d’Africa, come ha una presenza forte delle coste libiche, in entrambe le aree di storica influenza italiana, ad oggi del tutto svanita a causa di un’agenda di governo tutta incentrata sugli interni e, quindi, sugli spot elettorali (a questo proposito, consiglio la lettura di questo articolo dell’ISPI).

Di questo passo, mentre mi raggiunge la notizia di bottiglie scagliate contro il condominio di Silvia-Aisha, mi chiedo se non si stiano già formando dei novelli Hitler pronti a sollevare la questione islamica (o la questione migratoria?), a promuovere iniziative di emigrazione forzata (o di violenta repressione dell’immigrazione), fino alla deportazione e allo sterminio (e tante morti nel mare e nel deserto già ci sono state). Una parte della nostra società – che rischia di rivendicarsi maggioritaria – è già pronta a lasciar svolgere il suo lavoro ad un novello Eichmann, un responsabile per la questione islamica (o migratoria), in buona pace di coscienza.

Aggiungo qui qualche altra considerazione in risposta ad alcune questioni sconsiderate di questi giorni sulla cooperazione internazionale:

  • non è un mondo perfetto, come ovunque, anche qui si commettono errori, ma è un settore che si sottopone a continua autocritica (ricercate Project Cycle Management e Theory of Change e le critiche al sistema della cooperazione per lo sviluppo);
  • è un sistema che va e potrebbe andare ancor più a beneficio della collettività (globale), innanzitutto degli stati che ci investono, avendo il potenziale per essere sfruttato nelle mediazioni e nelle contrattazioni tra i Governi, più spesso per fini commerciali, mai abbastanza, purtroppo, per promuovere i diritti umani nel mondo; si pensi alla diplomazia necessaria con Egitto e Turchia, ma anche con la Cina (con quali manovre si dovrebbe altrimenti chiedere al governo cinese di migliorare le condizioni igieniche dei mercati di animali di Wuhan?);
  • sento dire: “aiuta le persone che hanno bisogno da noi invece quegli africani”; penso che la frase, mossa da questo egoismo dilagante, si debba leggere: “aiuta me”, ed infatti mai si pensa veramente alle persone che in certi luoghi del mondo qualcuno come Silvia-Aisha si propone di aiutare: guardate qualche immagine, informatevi, le condizioni nei luoghi in stato di emergenza nei paesi in via di sviluppo, in una favela, in un villaggio africano del Sahel o sotto l’occupazione di Boko Haram e di Al-Shabaab, sotto le bombe della crisi siriana, nel deserto e lungo la costa libica alla ricerca di salvezza, lungo le Ande, tra i profughi del Venezuela, sono semplicemente orrende. Le disgrazie non sono paragonabili, ma certe situazioni sono impensabili se non ne fai esperienza o testimonianza diretta. In ogni caso, in un paese democratico e libertario, ognuno ha il diritto di scegliere se dedicare una vita ad aiutare e chi aiutare. Certo, che si aiuti bene, in condizioni di sicurezza, con risultati dimostrabili scientificamente, con una solida amministrazione, ma così è in regola, perché molti parlano senza rendersi conto che ci sono migliaia di persone che lavorano all’estero in condizioni di sacrificio personale solo perché sono convinte di far parte di un’umanità più ampia di quella delineata dal colore della pelle e dai confini nazionali; e a chi invoca aiuto per sé, lancio la provocazione: perché dovrei aiutarti se mi insulti e mi minacci? Forse dovresti recuperare un po’ di senso dell’umanità, prima di invocare supporto umanitario;

E su islamofobia e libertà:

  • se siamo contro le organizzazioni terroristiche di radice islamista o di qualsiasi ideologia religiosa esse siano, dovremmo promuovere la libertà di scelta di culto e la difesa della diversità, altrimenti avremo assegnato una sonora vittoria in favore di queste organizzazioni, delle quali condivideremo i principi: altro che tre milioni di euro!;
  • qualcuno ha idea di che cosa voglia dire rimanere sequestrato da un gruppo terroristico, dover camminare per nove ore al giorno nel deserto per spostarsi da un nascondiglio all’altro, restare chiuso da solo in una stanza per due anni, anche se “ti trattano bene”? Qualcuno ha presente i traumi e i meccanismi di difesa che si instaurano? E se fosse sindrome di Stoccolma? E se non lo fosse? Ho letto da qualche parte che Silvia-Aisha per i primi due mesi ha pianto, poi ha chiesto un quaderno ed un libro (sono sicuro che sapeva di non poter ottenerne altri che il Corano) e si è imbattuta in Aisha, una bambina che fu sposa del profeta e poi fu una delle più valorose guerriere della storia dell’Islam, un personaggio nel quale penso mi immedesimerei anch’io, se dovessi lottare per la sopravvivenza.

In ultimo, a te che fai di certi confronti, ti invito a notare che Wladyslaw Szpilman (de “Il pianista”, da cui Roman Polanski ha tratto un film) è uscito dalle sofferenze patite tra le rovine del ghetto di Varsavia proprio con una divisa nazista. Se tanto mi dà tanto, direi che se l’avessi incrociato tu, nel gennaio del 1945, al posto di un militare dell’Armata Rossa, gli avresti sparato.

(*) siccome la realtà è complessa e sarebbe bello poter dibattere tra persone che coltivano la sincera necessità di capire, riporto qui Tahar Ben Jelloun:

La conversione all`islam di Silvia Romano pone diversi interrogativi. Il primo consiste nel sapere quali rapporti intrattenevano con lei i jihadisti somali del gruppo al-Shabaab, che l`hanno rapita il 20 novembre 2018 nel Sudest del Kenya. Dopo la sua liberazione, la ragazza ha dichiarato che «sono stata forte e ho resistito». Ma quando si resiste non si sposa l`ideologia o la religione del proprio carnefice. Che cosa è successo nello spirito di questa giovane operatrice umanitaria durante i 536 giorni della sua prigionia? Perché ha scelto l`islam? Dice che è una scelta libera. Dobbiamo crederle. Ma una domanda sorge spontanea: perché aderire a questo islam che rapisce, terrorizza e ti priva della libertà gettando in una grande angoscia la tua famiglia e i tuoi cari? Silvia Romano è comparsa in tenuta islamista, vale a dire la tenuta di un islam rigorista, integralista e antioccidentale. Il velo, l` ibaya (una sorte di djellaba lunga) sono dei simboli recenti di un islam duro, un islam protestatario e identitario. E l`islam che anima una parte dei ragazzi delle banlieues che sono partiti a combattere nelle fila dello Stato islamico in Siria e in Iraq. È normale che si possa essere sedotti dai testi religiosi. La lettura intelligente del Corano può essere un arricchimento intellettuale e spirituale. Bisogna però evitare di farne una lettura letterale, cioè gretta e intollerante. Il rito dominante in Arabia Saudita, in Qatar e in diversi altri Stati è il rito wahhabita, dal nome di un teologo del XVIII secolo, Mohammed `abd-al Wahhab, che propugnava un islam di un rigore assoluto: al ladro si mozza la mano, alla moglie adultera si taglia la testa e così via. Il gruppo al-Shabaab agisce in nome di questa ideologia dell`intolleranza totale e spietata. I giovani che compiono questi atti terroristici sono deijihadisti, cioè dei militanti pronti a sacrificarsi per far trionfare l`islam in ogni parte del mondo. Nell`islam, la parola jihad ha due significati: il primo consiste nel pretendere dal credente che faccia uno sforzo su di sé per superare il suo egoismo e le sue debolezze. È un significato nobile e umanista. Il secondo significato sta a denotare la lotta contro l`aggressore: si parte per il jihad quando il Paese o la religione sono sotto attacco e rischiano

di crollare. È il secondo significato a essere in voga oggi tra gli islamisti armati, che siano i Talebani in Pakistan, i soldati dello Stato islamico o i semplici militanti per la causa di un islam identico a come comparve nel VII secolo in Arabia Saudita. Allora, come e perché una donna moderna, occidentale, che è stata privata della libertà e non sa se la sua vita sarà rispettata, ha potuto scivolare verso l`islam? Spesso i convertiti abbracciano una religione e vi si dedicano anima e corpo, al punto di non avere più nessuna distanza fra i testi e la fede, fra lo spirito e la lettera. Ora che è stata liberata Silvia proseguirà il suo progetto umanitario o cercherà di diffondere intorno a sé un islam scoperto in condizioni quanto meno strane? Silvia Romano è diventata Aisha, in riferimento alla moglie del profeta Maometto, la figlia del suo fedele compagno Abu Bakr, scelta quando aveva soltanto 9 anni e sposata appena cominciò ad avere il ciclo. Aisha era la sposa preferita del profeta. Ebbe una grande influenza su di lui e quando rimase vedova condusse una guerra senza quartiere contro le tribù che contestavano il messaggio dell`inviato di Dio. Fu una donna eccezionale e per questo il suo nome è così diffuso nel mondo islamico. Silvia/Aisha è diventata un personaggio che confonde le piste. Convertirsi a una religione dopo una riflessione matura, con cognizione di causa, per convinzione vera e profonda è una cosa assolutamente normale e ammessa. Ma convertirsi dopo aver passato così tanti mesi sotto la pressione di mercenari che utilizzano l`islam come copertura per estorcere denaro a uno Stato, è una scelta che apre un dibattito. L`isolamento, il terrore, la paura di essere uccisi sono ingredienti che a volte perturbano la ragione e la libertà di spirito. Non pensi più allo stesso modo quando sei libero e quando sei privato di ogni libertà, con in più la minaccia di perdere la vita. È un`angoscia profonda quella che probabilmente ha dettato a Silvia una scelta del genere. Ora è libera sia di accettarla consapevolmente sia di liberarsene.

Bentornata, Silvia-Aisha, e buona vita!

Chi è che sta in favela?

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