un impiegato in favela

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Saracinesca sulla favela

In Finestra sulla favela Rocinha, Garagem das Letras on 11 dicembre 2012 at 18:56

La saracinesca non è una finestra. È un punto di vista diverso. L’apertura di una saracinesca è più grande di quella di una finestra e, se guardi fuori da dentro, davanti alla saracinesca, ci passano motoristi, bimbi che sono curiosi e vorrebbero studiare ma ce n’è sempre una, ragazzi che si meravigliano di tutti i libri che ci sono, trasportatori di bombole di gas, e poi c’è quel signore magro e buffo, dalla barba bianca, che non si capisce niente quando parla, ma ride sempre, il suo sorriso un baratro nero che si allarga in un terreno di peli bianchi; se invece guardi dentro da fuori, c’è un’ancora di legno azzurro che ti pare che il garage che sta dentro alla saracinesca è diventato una nave, ci sono le sedie e ci sono i libri, c’è una favelina dipinta su una parete con le casette colorate e ci sono dei gringos con la pelle chiara e i capelli chiari e scuri e con il viso scuro che lavorano davanti allo schermo dei computer, da dove, se glielo chiedi, puoi vedere tutto il mondo e persino dove si trova il Giappone, e puoi restarci anche male se proprio qua, dietro alla rua dioneia, ci abita uno che dice di essere giapponese e forse non dice una bugia perché ha gli occhi sottili sottili, e chissà che cosa fanno questi qui davanti allo schermo del computer, che stanno dietro alla saracinesca, e noi fuori a guardarli.

La finestra oggi si allarga a saracinesca, seguendo questo link.

Saracinesca sulla favela

Saracinesca sulla favela

 

Parole dolci

In Finestra sulla favela Rocinha, Oltre la favela Rocinha on 5 dicembre 2012 at 23:28

Meu amor (mio amore).

Meu filho (figlio mio).

Obrigado. Obrigado a você (ti sono riconoscente. Sono io che ti  devo riconoscenza).

Meu senhor, minha senhora (mio signore, mia signora).

Pequenina, que linda é você (piccolina, che bella che sei). Leggi il seguito di questo post »

Rua dois di notte

In Finestra sulla favela Rocinha, Storie di Pacificazione, Strade di Rocinha on 2 dicembre 2012 at 19:50
boca de fumo

boca de fumo

Il pagode è un genere di musica popolare che piace molto in favela, simile al samba per chi non è nato in Brasile o per chi non ha avuto modo di ascoltarlo spesso, racconta relazioni d’amore con toni maschilisti. Prima del processo di pacificazione (che ha visto l’entrata dell’esercito ufficiale in alcune favelas di Rio, a spodestare il controllo pluridecennale di quello dei narcotraffico) le manifestazioni di pagode hanno visto la partecipazione di interpreti di fama internazionale. Al termine del concerto negli auditorium o negli stadi della città del ceto medio, gli artisti si recavano in favela per divertirsi tutta la notte, per portare rispetto al popolo di favela, per onorare l’invito dei capi del narcotraffico. Le strade si affollavano e il traffico si fermava tutta la notte o fino al primo pomeriggio del giorno dopo, ma solo quello delle automobili e delle moto. Erano grandi feste di musica, sorrisi, abbracci, balli, birra, cachaça, marijuana e cocaina.

Da dopo la pacificazione le feste di pagode si sono fatte più rare e sono state ridimensionate perché gli eserciti del narcotraffico non possono più finanziarle. Di tanto in tanto sono le aziende private di servizi televisivi e di telefonia (la Sky, la Claro, la Vodafone, la TIM) a finanziarle, oppure, come nel caso del pagode che si svolge la sera di tutte le domeniche in piazzetta tra la rua 4 e la rua dioneia di Rocinha, sono gli abitanti stessi a fare colletta: due reais a testa per pagare i cantanti; il churrasco e la cerveja ognuno se li paga da sé.

Di domenica, la sera, puoi fermarti al pagode e poi, alla ricerca di un  altro ritmo, puoi scendere per la rua  tres, Leggi il seguito di questo post »

Zumbi a Babylonia e Chapéu-Mangueira

In Finestra sulla favela Rocinha, Oltre la favela Rocinha on 20 novembre 2012 at 00:32

Poiché nell’universo regnava il Caos, la dea Tiāmat e il dio Marduk si scontrarono. Marduk voleva mettere ordine nell’universo e combatté fino a quando non uccise Tiāmat.

Akomabu, che la cultura non muoia mai (foto di http://www.behance.net/_Pz__ )

Così comincia il mito della città di Babylonia, e prosegue con la creazione dell’Uomo come creatura che servisse gli dèi, e di un santuario in Terra che gli stessi dèi avrebbero costruito in omaggio a Marduk. Nacque una grande città e, secondo la leggenda, fu innalzata una torre, sempre più alta, perché l’Uomo potesse raggiungere gli dèi.

Babylonia è anche il nome di una favela di Rio de Janeiro che si è inerpicata sulla collina ai piedi della quale si trova quartiere di Leme, che divide Copacabana da Botafogo. Leggi il seguito di questo post »

Artur di Rocinha e il calendario

In Finestra sulla favela Rocinha on 11 novembre 2012 at 19:20

Una bimba e un calendario – foto di http://www.behance.net

C’era una volta un ragazzo di quindici anni, Artur, che aveva vissuto tutta la sua vita tra un vicolo, un angolo, una strada e una piazzetta; in uno di quei luoghi dove molti nascevano e vivevano tutta la vita. Erano luoghi di emarginazione, ghetti del mondo contemporaneo, e se un ragazzo provava ad uscirne per fare un giro in centro, per cercare lavoro, per una nuova esperienza o per  un futuro alternativo, veniva riconosciuto come abitante di favela e veniva respinto. I suoi panni, che venivano stesi in un vicolo stretto e umido, sopra a un rivolo di fogna a cielo aperto, non avevano lo stesso odore degli abiti di chi li lavava e li asciugava in una lavatrice di centro; le sue parole uscivano veloci, aspre e tagliate, come quelle di chi non sa scrivere; la sua pelle era scura. Il ragazzo tornava indietro in favela, dove trovava tolleranza e solidarietà; tornava umiliato e non usciva più. Si sentiva costretto a passare il resto della sua vita tra quel vicolo e quell’angolo,  con la sua maglietta, il suo sorriso e la sua parlata di Pinocchio analfabeta. Leggi il seguito di questo post »