Giovedì 19 marzo 2020 è stata la festa del papà, ma anche il giorno in cui Haiti ha riscoperto la paura. In epoche quasi dimenticate la popolazione ha vissuto deportazioni, massacri, schiavitù, epidemie. Le cicatrici dei più recenti terremoti, uragani, carestie pulsano ancora sulla pelle di questa gente così caparbia e fiera.
Ti lanci in mezzo alla strada e cerchi di farlo rallentare. Solo dopo chiedi dov’è diretto e quanto devi pagare per farti lasciare alla tua destinazione. “Sali Sali, al massimo scendi al bivio e aspetti che ne passi un altro!”
Niente stazioni, marciapiedi, fermate segnalate. Niente indicazioni luminose o un qualsiasi indizio che ti possa aiutare a capire quale TAP TAP prendere.
Giurista, sportiva, amante della natura e dei dolci, curiosa. Mi chiamo Beatrice, le amiche mi chiamano Pollyanna perché… be’ il perché potrà forse risultare evidente a chi vorrà affacciarsi a questa Finestra, per il momento basti dire che mi piace focalizzarmi sul bello del mondo. Mi chiamo Beatrice, o Pollyanna, come preferite, e sono tante cose. Forse ho anche tante personalità, ma remano tutte nella stessa direzione: leggere la vita col sorriso e coi colori. Nonostante tutto.
Cerco di guardare il mondo con occhi di bambina, lasciandomi stupire ogni giorno di questa meraviglia che é il Pianeta Terra.
Ho sempre amato viaggiare e scoprire nuove culture, nuovi piatti e nuove parole; incontrare, ascoltare e confrontare. Ascoltare… l’ho sempre preferito al parlare perché è il primo passo verso ciò che voglio fare nella vita: imparare ed evolvere a prescindere dall’età anagrafica.
Da qualche anno ho unito tutte queste passioni e lavoro in giro per il mondo, in luoghi incredibili e con persone uniche che rendono le mie giornate speciali e memorabili. E sì, a volte anche un po’ stressanti!
È successo tutto un po’ per caso, anche se mi piace pensare che il disegno era già pronto e dovevo solo trovare i colori giusti per dargli vita e riempirlo dei miei sogni. Ci è voluto coraggio e anche un pizzico di incoscienza: lasciare il percorso da apprendista magistrato, perdere ogni riferimento e uscire da quella comfort-zone che rassicurava, ma non soddisfaceva.
È iniziato tutto grazie ad un’amica, durante un periodo di lacrime e dubbi: un prezioso suggerimento e un briciolo di follia.
Adesso vivo una poesia.
Non che non ci siano paure, lacrime, sconfitte e frustrazioni, ma almeno ho iniziato a vivere e non è più sopravvivere, amando quello che faccio e sentendomi felice. Incondizionatamente. La distanza dall’Italia e dagli affetti è complicata, ma non impossibile da affrontare: richiede impegno, amore, pazienza e dedizione. L’attesa e le farfalle allo stomaco (o pesciolini fritti, come mi piace identificare quella sensazione), sono vibranti e danno serenità e conferme.
Trovare lavoro non sarà facile, non lo era neanche prima, non lo è mai stato. Quando riapriranno i negozi e i centri commerciali? Quando i mercati? Le strade sono deserte, mi manca la folla chiassosa di quella piazza. Le spiagge sono deserte. Una passeggiata sulla spiaggia era uno dei privilegi che ci garantiva un po’ di gioia di vivere, che pure dobbiamo mantenere. Adesso non possiamo fare una gita al mare, non è questione essenziale. Incrociare gli amici, fare ginnastica, allenare i muscoli e mostrarli, nel fine settimana almeno, oppure anche durante la settimana… Devo portare a casa qualcosa da mangiare stasera, qualcosa di buono. I bambini hanno promesso di fare i bravi e restare in casa se avessi portato loro qualcosa di buono da mangiare. Una bella festicciola in famiglia è quello che ci rimane. Ma guarda laggiù che coda, al supermercato e chissà che prezzi. Sembra quando c’era la guerra. Ci sarà già anche un mercato nero, dovrei forse chiedere in giro; ma meglio lasciar perdere, finirei per portare a casa qualcosa di decisamente poco piacevole. Se va bene il colloquio, andrò al supermercato e farò la coda. C’è un bel po’ di gente in giro, nonostante i blocchi. Devo stare attento a dove mettere i piedi, devo mantenermi a un metro, così dicono. Dove avrà preso, la mascherina, quella signora? Dovrei forse fermarmi a chiederglielo, tenute le debite distanze, si intende. Ma concentriamoci sul colloquio. Spero proprio che l’ONG mi prenda, devo dare tutto. Ci sono rimasti solo loro a dare lavoro adesso che si è fermato tutto di nuovo. L’epidemia, oltre alle persone che sono morte, ci ha tolto anche la nuova illusione di un lavoro stabile, proprio come.. quanti anni fa? Sono passati non più di sei anni dall’ebola. Ci risiamo. Devo sfruttare questa fortuna che mi è capitata: il capo progetto che mi intervisterà mi aveva conosciuto quando facevo l’amministratore nell’ospedale di cura dell’ebola, si è certamente ricordato di me, deve aver risposto alla mia candidatura per questo, devo giocarmi bene le mie carte…
STOOOP!! Che c’entra l’ebola? Ci manca solo questa!!… Ma il racconto non è ambientato in Italia o in uno dei paesi dell’emisfero settentrionale ad oggi più afflitti dal coronavirus, è ambientato in Sierra Leone in un ipotetico futuro – che possa non arrivare mai – in cui il coronavirus raggiungesse anche il paese africano (ad oggi, 12 marzo, dai dati noti, restando a quell’angolo di Africa occidentale, il virus conta pochi casi in Senegal ed in Costa d’Avorio ma non in Sierra Leone). Per arrivare a riflettere anche su di noi, ho provato ad immaginare a che cosa penserebbe Emmanuel, mio collega ai tempi dell’ebola, tra il 2014 ed il 2015, se gli toccasse affrontare pure un contesto di epidemia COVID-19. Ho pensato a lui nel tragitto che avesse compiuto per andare a fare un colloquio con un’ONG (cosa che in effetti fece, con esiti positivi, nel contesto ebola).
Emmanuel, che ad oggi avrà circa 35 anni, nato quindi diciamo nel 1985, ha vissuto gran parte della sua infanzia nel contesto di una delle più feroci guerre civili che Leggi il seguito di questo post »
Il mio nome è Alessia e questa è una presentazione biografica postuma. Postuma nel senso che la sto scrivendo dopo che la mia Finestra è stata già aperta, vissuta e conclusa. Quando ho aperto la Finestra su Longacres vivevo a Lusaka, dove stavo facendo il sevizio civile. Ho trascorso dei mesi indimenticabili ad occuparmi – insieme ad una ONG italiana – di progetti sulle condizioni di detenzione nelle carceri del paese e di percorsi trattamentali per la reintegrazione dei detenuti nelle comunità di provenienza.
A distanza di due anni, nei quali mi sono trasferita a Milano e ho lavorato come policy advisor all’interno di un grattacielo delle Istituzioni, non è affatto cambiato il senso di appartenenza che ha caratterizzato le mie giornate zambiane. L’appartenenza verso un’umanità dannatamente lontana, ma anche così vicina, ha lasciato spazio alla malinconia. La bellezza improvvisa della via lattea, il sapore della chikanda che è diventato ricordo di casa, le ore in auto con Marcelino, in viaggio su strade infinite scandite solo da nuvoloni incorniciati dall’azzurro brillante, paesaggi mozzafiato e buche, tantissime buche; la fierezza scolpita sui volti e nel portamento di donne e bambine; i consigli paterni di Mr. Andrew: scenderei a patti con il diavolo per affacciarmi ancora un po’ su Pope Square.Con il desiderio di aprire presto una nuova Finestra, trascorrerò i prossimi mesi a tentare di invertire rotta senza cambiare tutto ciò che sono e sono stata. Mi chiamo Alessia, adesso ho trent’anni, vorrei che fosse sempre autunno, Leggi il seguito di questo post »