un impiegato in favela

Nina, Kimber e Rocco (racconto e VIDEO)

In Finestra MEMO on 14 gennaio 2018 at 21:05

Da Finestra MEMO, Di Un impiegato in favela

Nina Kimber Rocco Iraq

K.: – togli la scimmietta. N.: – eh? K.: – ho detto: togliti la scimmietta di là dietro! N.: – ah, la scimmietta? me l’ha attaccata il colonnello, non mi dà un tono? K.: – Nina, non stiamo andando a farci una scampagnata. R.: – zitte voi due. K.: – ma è Nina, non vedi?, gira con la scimmietta appesa al didietro. R.: – smettila. K.:- chi, smettila? è lei che… R.: – Kimber, tu smettila; e tu, Nina, togliti di dosso quella stupida scimmietta. N.: – io la tolgo se tu mi dici dove stiamo andando. Poi fa caldo. R.: – andiamo a Qayyarah, ecco dove andiamo, adesso silenzio per favore. K.: – fin laggiù? È lontano. hanno rifatto il ponte crollato? R.: – no, ce n’è uno galleggiante. N.: – uno galleggiante? Galleggiante di quelli che galleggiano? K.: – sì, stupida, e crollerà mentre tu passi e affogherai nel Tigri con la scimmietta, ah ah ah! N.: – zitta tu, mi fai piangere. R.: – zitta, Kimber. K.: – è Nina che non sta mai zitta. N.: – chi, io? R.: – zitte entrambe.

Io me ne sto anche zitta ma la scimmietta non me la tolgo, ecco, e non lo dico a nessuno, tanto sono in coda al convoglio, anzi, la scimmietta chiude il convoglio, ecco. Zitta, zitta e zitta e marciare, Rocco non sa dirci altro e noi non ne sappiamo mai nulla di quello che dobbiamo fare. Ma io lo so lo stesso, dove andiamo, ecco: finiremo oltre il ponte crollato, tra i villaggi dalle case devastate, là dove le pareti bucherellate degli ospedali lasciano filtrare i raggi brucianti del sole, dove le finestre delle scuole, le finestre da dove i bambini si affacciavano trasognanti, sono scomparse, dove i tetti sciolti delle abitazioni scivolano verso la strada, dove il cemento è disarmato, la ghiaia polverizzata, le barre di ferro piegate e i resti delle autobombe, cartoccetti arrugginiti, assistono immobili alle conseguenze della loro stessa fine; costeggeremo le sponde del Tigri, attraverseremo quei luoghi dove, tra cespugli fumanti di polvere, erano appostati quelli dell’Is a puntare missili, a lanciarli oltre il fiume, oltre il ponte distrutto, verso Makhmur, fino a che non è passata l’aviazione ed ha spazzato via tutto, ha spazzato via il lanciamissili, quelli dell’Is, le pareti forate, i cartoccetti e quello che restava delle strade; andremo dove vagano… andremo dove quelle là vagano alla ricerca di uno straccio di filo d’erba, di un filo d’erba che abbia il coraggio di insinuarsi tra i sassi, di sollevarsi dal peso della sabbia grigia… andremo là dove vagano le pecore nere, ecco, le pecore nere. Le pecore nere?… sì, le pecore nere.

N.: – Rocco! Rocco… Rocco Rocco Roccooo! R.: – che c’è Nina, sta’ zitta. N.: – ma è vero che lì dove andiamo le pecore sono nere? K.: – Eccola! Eccola la scemenza della giornata di quella scema di Nina! Di pecore nere ce n’è una sola in ogni gregge, si sa, è così ovunque. N.: – Sei tu che dici scemenze! Io lo so che lì dove andiamo ci sono intere greggi di pecore nere e quelle bianche sono pochissime, è vero, Rocco?! R.: – State zitte. Siamo al ponte. Mettetevi in fila composte. Il ponte non ci sosterrà, se lo attraversiamo tutti assieme. Aspettiamo che facciano evacuare i civili e procederemo. Avanziamo uno alla volta, in silenzio. Kimber, vai prima tu, dopo va Nina, attendete in fondo, chiudo io e poi ci rimetteremo in marcia.

Ecco, lo sapevo, ora Rocco si accorgerà che mi porto ancora la scimmietta attaccata all’antenna radio. Ma non mi dirà niente, ecco: saranno concentrati sull’operazione. E poi chi se ne importa. Attraverseremo il ponte galleggiante, resteremo sospesi a pochi metri dalle millenarie acque. Già scorgo, laggiù, le grate dei magazzini che si sono riforniti di cemento e mattoni e sbarre di ferro e scaldabagno, perché tanto già i commercianti sanno che qualcuno prima o poi si deciderà a ricostruire; e poco distante, ecco, ecco i cimiteri senza recinto dalle lapidi divelte, dalle lapidi spezzate: la morte della morte. Laggiù i vecchi ci racconteranno, in faccia ai loro nipoti, di quando questi hanno perso i genitori e di quando i genitori hanno perso i bimbi; e sfileremo davanti ai bimbi che si sganasceranno dalle risate perché dalla torretta lanceremo loro un pacchetto di matite colorate e che così urleranno increduli: “for me? for me?”. Vorrei essere uno di quei vecchi, uno di quei bimbi. Come loro, vorrei correre tra le vacche moribonde sospese sugli acquitrini delle strade forate, coi costati a brandelli e gli occhi sbarrati e le labbra secche tormentate dalle mosche; Shukran, La’ Shukran, vorrei poter rispondere ai venditori che accorreranno con le carriole a proporti la loro merce, dall’altra parte del ponte,  dove non si saluta più con Sarchaw ma con Salam-Aleikum, Alaikum-Salaam. Vorrei essere uno di quei bimbi che vagano con una cartella alla ricerca di una scuola e di finestre dalle quali sognare; vorrei essere perfino una di quelle vacche, una di quelle mosche, uno dei campi intrisi di petrolio, il petrolio dei giacimenti fatti esplodere da Is durante la loro ritirata, vorrei essere una di quelle pecore… Ecco! Ecco, le pecore! Intere greggi di pecore nere… era vero. Ecco Kimber e Rocco anche loro increduli. Il petrolio bruciato ha oscurato il cielo e intriso di nero i manti delle pecore. Vorrei essere il volto di una foto segnaletica di un bambino disperso e vorrei essere una nuvola di catrame, vorrei respirare il petrolio che si espande nell’atmosfera, vorrei soffocare come i boccioli nei campi, vorrei che la mia armatura si annerisse come la lana delle pecore che vanno avanti a pascolare nonostante le esplosioni. Vorrei, vorrei, ma sono Nina, questo è il nome che mi hanno assegnato, sono solo un carro armato, anzi, un semplice blindato con torretta mitragliatrice, e scorrazzo in convoglio coi miei compagni e una scimmietta che il colonnello mi appeso all’antenna radio. Vorrei essere una nuvola, una nuvola bianca, e prendere volo sul deserto, e sorvolare il Tigri e tutto il resto, ma siamo solo blindati americani giunti qui alla fine di una guerra che non è ancora finita, all’inizio di una nuova battaglia che esploderà al confine tra la regione del Kurdistan iracheno e l’Iraq di Baghdad. Qui la guerra non finisce mai.

R.: – Nina, ti sento silenziosa in modo preoccupante. Avanti, è il tuo turno, ingrana la marcia e vedi di infilare le cinghie dritte sui binari. E togliti quella scimmietta dall’antenna. I pupazzi non sono roba da carri armati.

N.d.A. Ed ecco qui sotto il video che propongo a chi si è affacciato a questa finestra irachena: all’inizio si intravedono anche Nina, Kimber e Rocco. Il video lancia la campagna Aiuta un guerriero di COOPI e fa parte della Finestra: ho contribuito personalmente alla realizzazione di questo video e ogni giorno contribuisco alla realizzazione del progetto che la campagna promuove: l’allestimento di scuole in contesti di emergenza in Iraq, Libano e Niger, in favore dei piccoli guerrieri che ogni giorno lottano per conquistarsi una matita e un quaderno, per raggiungere una scuola a tutti i costi, per poi magari affacciarsi trasognanti ad una delle sue finestre. Fino al 28 gennaio è possibile contribuire alla realizzazione di questi progetti anche inviando un SMS al 45541. Buona visione e alla settimana prossima: tra pochi giorni si tornerà con Finestra su Longacres, che si affaccia su altri luoghi, su altre emarginazioni poco note, su altri Sud del mondo. Ecco il video, intanto.

Un impiegato in favela

Finestra su che cosa?

  1. […] Ma lasciamo parlare loro, ecco qui sotto quarantotto istanti di Qayyarah, sud di Mosul, roccaforte Daesh fino a poco tempo fa, la destinazione di Nina, Kimber e Rocco, nella galleria fotografica di Giovanni Vezzani, amico della Finestra fin dai tempi nigeriani, oggi cooperante in Iraq. E per chi se lo fosse perso, qui il racconto e il video di Nina, Kimber e Rocco. […]

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