un impiegato in favela

Quarantaquattro: girls just want to have fun

In Finestra su Longacres on 9 gennaio 2018 at 11:48

Da Finestra su Longacres, Di A.

Iris - Body painting
Iris Kaingu, figlia di Michael, Ministro dell’Educazione fino allo scorso agosto, diventa “la vergogna della nazione” quando nel 2012 circola in rete il video che ne riprende un rapporto sessuale consenziente. Sono le otto del mattino, guardo assorta dal finestrino la colonna di auto che si è formata nell’eterno tragitto che mi separa dall’ufficio di Thornpark e le dedico un pensiero. Tra le corsie cariche di fumi color ardesia e di auto accatastate disordinatamente l’una sull’altra, sostano incuranti del pericolo decine di ragazzi avvolti da pettorine gialle e verdi, rivenditori di talk time (le ricariche telefoniche) e dei principali quotidiani nazionali. Come ogni giorno mi trovo a leggere distrattamente le prime pagine dei giornali e come ogni giorno mi pento delle volte in cui ho detto male di Galli della Loggia, pur rimanendo ragionevolmente convinta che di questo ingenuo e perdonabile pentimento mi libererò una volta sfogliati nuovamente gli editoriali del Corriere della Sera. Ma protagonista costante delle code tra Pope Square e Cairo Road è Iris, regina delle chiacchiere velenose da tabloid e dei sogni peccaminosi degli uomini di Chiesa.

Dopo la condivisione di quel video, Iris viene arrestata e, in attesa di giudizio, detenuta presso la central prison di Lusaka. Verrà condannata al pagamento di un’ammenda, alternativa ai nove mesi di carcerazione, per aver prodotto del materiale pornografico “con l’intenzione, al di là di ogni ragionevole dubbio, di voler corrompere la morale individuale degli avventori”. Iris ha vent’anni e come tante non vuole nient’altro che divertirsi, trasgredendo, con incosciente spensieratezza, ma viene espulsa dal college ed è costretta a farsi dimenticare, ad espatriare per salvare la carriera politica del padre, padre che, inaspettatamente, non perde occasione per difendere le prerogative di una figlia libera ed adulta. Il tempo dell’afflizione passa, così come scorrono veloci le stagioni della sua giovinezza, e Iris decide di sfidare, con la stessa incosciente spensieratezza di prima, una nazione intera, l’unica teocrazia cristiana al mondo (lo Zambia è l’unico sistema che costituzionalmente si definisce nazione cristiana). Lo fa a modo suo, deliziosamente e scompostamente, cominciando ad infrangere le convenzioni di una comunità che dietro all’ortodossia, dietro alla dottrina religiosa, nasconde il pregiudizio, la prevaricazione e la misoginia. Ritorna a Lusaka e, dopo aver conseguito un master in business administration in Inghilterra, prende le redini della società di famiglia facendone impennare il fatturato, senza perdere mai occasione di mostrare il suo nuovo accento cockney ed il corpo di cui si è riappropriata. Le sue curve ritornano ad essere il centro delle feste, tante feste, e delle fatwe di un Paese che si sente minacciato dalle provocazioni di una donna sfacciatamente emancipata, dalle rivendicazioni cocciute ed imprevedibili della figlia di uno dei suoi legislatori.

Di prima pagina in prima pagina, Iris diventa una sufragetta con le fattezze di Kim Kardashian: Iris lo human canvas; Iris a cena con un attore del cinema per adulti; Iris che si preoccupa delle condizioni di vita dei detenuti; Iris ed il red carpet quasi in biancheria; Iris performer del carnevale di Rio; Iris che denuncia la prassi delle relazioni extramatrimoniali e degli abusi domestici; Iris che reclama il diritto di camminare senza vestiti nella tradizione degli antenati africani; Iris contro il body shaming; Iris testimonial di una campagna per la prevenzione del tumore all’utero. Così, ogni mattina, mentre guardo assorta dal finestrino la colonna di auto che si è formata nell’eterno tragitto che mi separa dall’ufficio di Thornpark, una nuova puntata della storia di Iris mi tiene sveglia e mi fa sorridere.

–       A stasera, Iris.

When the working day is done
Girls, they wanna have fun.

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