un impiegato in favela

Quarantatre: l’amore ai tempi del colera

In Finestra su Longacres on 18 gennaio 2018 at 14:31

Da Finestra su Longacres, Di A.

Finestra sulla favela Quarantatre amore ai tempi del colera - pics by Daniela Schiavone

– Hey guys, how are you? Where are you going?
– Fine, thanks. And you? We’re heading to Bauleni.
– Oh really? So, welcome to cholera!

Welcome to cholera è il saluto irriverente di un gruppo di tassisti abusivi lungo la strada che da Leopard Hill porta allo slum di Bauleni, il saluto di chi non ha memoria di una vita senza colera. Lasciamo la Toyota Corona nel cortile di casa, non è prudente entrare nel compound in auto, e ci incamminiamo sotto al sole cocente di un insolito inverno australe in questo sud a sud del mondo. Cammino e sento la pelle pizzicare, si sta formando il segno di una leggera scottatura che domani andrà ad aggiungersi a quell’abbronzatura dorata intervallata sul naso da qualche lentiggine. Sento ancora pizzicare, ma questa volta non è la pelle, è la pioggia di pensieri che mi annebbiano la mente: la vaccinazione a tappeto; i contagiati; devo tornare in ufficio; no hands shaking, non stringere la mano a nessuno; non farti toccare dai bambini; non lasciarti sovrastare dall’empatia, non puoi farci niente. Ripeto le raccomandazioni che mi sono fatta come fossero un mantra, om, fino a quando non arriviamo davanti allo Steve Biko social centre. Ed eccolo là il sorriso candido e luminoso di Daniela, circondata dai sorrisi altrettanto candidi e luminosi dei piccoli del ghetto. La pioggia di pensieri svanisce e all’orizzonte si fa sereno: vengo intercettata dai bambini, alcuni mi accarezzano il viso, altri lasciano scorrere le dita affusolate ed innocenti tra i miei capelli, altri ancora mi prendono per mano ed io non ricordo più dove mi trovo. Riesco solo a pensare che sono così belli che baciandoli vengo assalita dalla voglia di mordere quelle guance soffici e piene come pesche; quelle guance innocenti come le dita che scorrono tra i miei capelli, innocenti come le mani nelle mie mani, innocenti come il sorriso che hanno stampato sulla faccia. E la mia innocenza dov’è, dove si è cacciata? Sento un vuoto lungo lo sterno, forse una volta stava là, tra i seni ed i ventricoli.

Marta è seduta a terra tra la pila di fogli e le matite colorate, un fiume di matite lunghe, nuove, accorciate o senza più la punta, circondata da una ciurma di bambini impazienti, bambini che fremono incantati dalla magia di un arcobaleno di legno. Iwe, iwe, cut me some slack! I’m giving a pastel to everyone. And you sweetie, what color do you want? Li osservo e sono trasognanti, catturati. Disegnano in silenzio, ora sembrano gli angeli della Madonna Sistina di Raffaello, degli angeli di carbone dolce, cioccolato e caffè. Malaika tiene sulle spalle un fagottino poco più grande di lei e continua a tenerlo stretto, stretto addosso a sé, stretto per fargli sentire che è lì e non lo lascerà, stretto anche quando è inginocchiata davanti al foglio bianco, mentre con una mano stringe la sua coscia piena e con l’altra afferra una matita rosa. Disegnano tutti la stessa figura e ci metto un po’ di tempo a capire che quell’edificio verde dai contorni spezzati è il centro di aggregazione che li ospita. Ora davanti alla casetta dello Steve Biko, sul foglio colorato e di fronte a me, ci sono tanti bambini sorridenti, tutti ammaliati da una bella bimba più alta, con il petto generoso e lo sguardo fiero, una madre, Daniela.

Aspettiamo che si formi la fila, ma il tempo passa e non si avvicina un’anima. Tra una canzone e l’altra, un grido e l’altro, una carezza e l’altra, il vaccino tarda ad arrivare, non arriva e non arriverà. Le voci si inseguono, forse arriverà mercoledì prossimo, forse il mercoledì dopo, forse mai. I bambini giocano spensierati, ma nello slum ci si ammala e ci si spegne risucchiati dei liquidi corporei, di tutta la forza, di ogni speranza. Al posto dei medici arrivano i soldati e la folla si dirada svelta, gli assembramenti di più di cinque persone sono vietati. Le strade si riempiono di divise militari che raccolgono i rifiuti solidi urbani, ora si può scorgere persino il manto stradale, sembra un posto diverso, un posto lontano. Poi avanti con la bonifica delle condutture dell’acqua corrente, con gli avvisi alla popolazione, con lo sgombero coatto dei mercati, con le minacce. Da oggi, e fino a quando l’emergenza colera non sarà rientrata, vigeranno un nuovo coprifuoco, anticipato rispetto a quello precedente, ed il divieto assoluto di commerciare beni alimentari. Alzo lo sguardo ed il fumo nero della discarica incornicia la fogna a cielo aperto, non posso fare a meno di domandarmi se questa sera Lulu riuscirà a mangiare. I miei occhi ritornano per strada, mi guardo attorno ed eccola là, vedo Lulu che consegna soddisfatta il suo disegno, mentre io non posso esimermi dal chiedere tra me e me come faranno a sopravvivere i suoi genitori, i suoi parenti ed i suoi amici senza più vendere scons e banane al mercato. Questa sera il volto di Lulu sarà ancora illuminato?

– Lulu, is your place nearby?
– Over there, dice puntando l’indice verso una casupola angusta ed arancione.

Vorrei avvicinarmi alla finestra, a una finestra aperta su un’altra finestra più spaventosa, a una finestra spalancata sulla vita e la morte nello slum, e sbirciare. Vorrei vedere la mamma di Lulu cucinare la nshima, cucinarla anche oggi che non ha potuto vendere la sua papaya al mercato, cucinarla anche domani ed il giorno dopo e quello dopo ancora fino alla fine, fino al termine di questo circolo di divieti e disperazione. Vorrei vedere nel piatto di Lulu, oltre alla nshima, anche fagioli, okra e carne. Vorrei vedere il letto in cui Lulu si addormenta dopo aver ascoltato la storiella della buonanotte sussurrata dalle labbra del papà. Vorrei vedere i genitori di Lulu posarle quelle stesse labbra sulla fronte prima di spegnere la luce, di lasciarsi immergere tra le lenzuola, pronti ad affrontare un’ordinaria giornata di lavoro. Ma Lulu ce l’avrà una mamma? Ed Ephrem, Elijah, Joseph e tutti gli altri bambini che sono qui, a tre passi da me, questa sera ce l’avranno un piatto di nshima, una mamma, un padre, un letto e un tetto ad attenderli? Cerco di ignorare la risposta che ronza crudele ed insistente nella mia testa. Marta mi sorride, ha intercettato i miei pensieri, e adesso la risposta che ho cercato di ignorare ronza crudele ed insistente anche nelle mie orecchie. Mi allontano dalla finestra di Lulu, dalla finestra su Lulu, cammino spedita e senza voltarmi. Una nuova pioggia di pensieri mi annebbia la mente, adesso vorrei sentirti, vorrei farmi stringere forte ed ascoltarti raccontare delle storie di rara bellezza e stupore per dimenticare.

Ciao bambini, ciao. Non accarezzatemi, non baciatemi, non sorridetemi, non amatemi: sono nata muzungu, con la pelle di porcellana in una casa di porcellane, e sono stata fortunata.

N.d.R. Ecco le immagini di Lulu, Ephrem, Elijah, Joseph e gli altri (scatti di Daniela Schiavone)

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