“Ieri il nostro amico Giulio ci ha donato confezioni da hotel di shampoo e tantissime saponette. Le ha ritirate uno dei motoboy qua del punto della rua Dioneia, Felipe. Te lo ricordi? Prima lavorava con João nel suo barettino. Abbiamo fatto tanti sacchettini, che sono stati distribuiti ai motoboy . Dovevi vedere come era felice.”
Così qualche giorno fa mi ha scritto Barbara Olivi, fondatrice de Il Sorriso dei miei Bimbi Onlus, associazione per cui ho lavorato, direttamente dalla favela Rocinha di Rio, dal 2012 al 2014 (per chi non lo sapesse, da questa esperienza nasce questo blog, che non è la cosa più importante che abbiamo fatto insieme in quel periodo).
La favela Rocinha di Rio de Janeiro, con una popolazione stimata attorno ai duecentomila abitanti, detiene il triste record di favela più grande del Sudamerica, ma è solo una delle più di mille favelas di Rio, che ospitano più di tre milioni di abitanti in una grave carenza di infrastrutture base (dalla scuola alla sanità). Abbiamo già scritto qui della scarsa praticabilità degli inviti a lavarsi le mani lì dove non c’è acqua corrente, a stare in casa dove le case sono fatte di due mattoni pericolanti arrangiati alla meglio l’uno sull’altro, di adottare norme igieniche lì dove si passeggia a bordo delle fogne a cielo aperto (le uniche esistenti), di mantenere le distanze lì dove la densità della popolazione è stimata a 48.258 abitanti per chilometro quadrato, ovvero, se non ho sbagliato i calcoli, tale per cui ogni persona in media passa l’intera sua vita in uno spazio non più ampio di 21 metri quadri, una stanzetta. A Milano la densità è di 2.063 abitanti per chilometro quadro (in media, ognuno ha a disposizione circa 484 metri quadri attorno a sé). La previsione di un’ecatombe peggiore di quella che si vive nei paesi più organizzati, con minore povertà, con un più alto grado di sviluppo, è ì aggravata dalle indecisioni criminose del Governo brasiliano che un giorno dichiara ancora che il virus sarebbe un fake, il giorno dopo che si tratta di una sfida epocale, il giorno dopo ancora che il virus sarebbe il prodotto di “isteria collettiva”, portando addirittura ad ipotesi di commissariamento guidato dai militari, in un paese ancora afflitto dal ricordo di quarant’anni di violentissima dittatura militare.
Per tornare al nostro Felipe, i motoboy sono coloro che, insieme agli autisti dei kombi, Leggi il seguito di questo post »