– Hey guys, how are you? Where are you going?
– Fine, thanks. And you? We’re heading to Bauleni.
– Oh really? So, welcome to cholera!
Welcome to cholera è il saluto irriverente di un gruppo di tassisti abusivi lungo la strada che da Leopard Hill porta allo slum di Bauleni, il saluto di chi non ha memoria di una vita senza colera. Lasciamo la Toyota Corona nel cortile di casa, non è prudente entrare nel compound in auto, e ci incamminiamo sotto al sole cocente di un insolito inverno australe in questo sud a sud del mondo. Cammino e sento la pelle pizzicare, si sta formando il segno di una leggera scottatura che domani andrà ad aggiungersi a quell’abbronzatura dorata intervallata sul naso da qualche lentiggine. Sento ancora pizzicare, ma questa volta non è la pelle, è la pioggia di pensieri che mi annebbiano la mente: la vaccinazione a tappeto; i contagiati; devo tornare in ufficio; no hands shaking, non stringere la mano a nessuno; non farti toccare dai bambini; non lasciarti sovrastare dall’empatia, non puoi farci niente. Ripeto le raccomandazioni che mi sono fatta come fossero un mantra, om, fino a quando non arriviamo davanti allo Steve Biko social centre. Ed eccolo là il sorriso candido e luminoso di Daniela, circondata dai sorrisi altrettanto candidi e luminosi dei piccoli del ghetto. La pioggia di pensieri svanisce e all’orizzonte si fa sereno: vengo intercettata dai bambini, alcuni mi accarezzano il viso, altri lasciano scorrere le dita affusolate ed innocenti tra i miei capelli, altri ancora mi prendono per mano ed io non ricordo più dove mi trovo. Riesco solo a pensare che sono così belli che baciandoli vengo assalita dalla voglia di mordere quelle guance soffici e piene come pesche; quelle guance innocenti come le dita che scorrono tra i miei capelli, innocenti come le mani nelle mie mani, innocenti come il sorriso che hanno stampato sulla faccia. E la mia innocenza dov’è, dove si è cacciata? Sento un vuoto lungo lo sterno, forse una volta stava là, tra i seni ed i ventricoli.
Iris Kaingu, figlia di Michael, Ministro dell’Educazione fino allo scorso agosto, diventa “la vergogna della nazione” quando nel 2012 circola in rete il video che ne riprende un rapporto sessuale consenziente. Sono le otto del mattino, guardo assorta dal finestrino la colonna di auto che si è formata nell’eterno tragitto che mi separa dall’ufficio di Thornpark e le dedico un pensiero. Tra le corsie cariche di fumi color ardesia e di auto accatastate disordinatamente l’una sull’altra, sostano incuranti del pericolo decine di ragazzi avvolti da pettorine gialle e verdi, rivenditori di talk time (le ricariche telefoniche) e dei principali quotidiani nazionali. Come ogni giorno mi trovo a leggere distrattamente le prime pagine dei giornali e come ogni giorno mi pento delle volte in cui ho detto male di Galli della Loggia, pur rimanendo ragionevolmente convinta che di questo ingenuo e perdonabile pentimento mi libererò una volta sfogliati nuovamente gli editoriali del Corriere della Sera. Ma protagonista costante delle code tra Pope Square e Cairo Road è Iris, regina delle chiacchiere velenose da tabloid e dei sogni peccaminosi degli uomini di Chiesa.
Dopo la condivisione di quel video, Iris viene arrestata e, in attesa di giudizio, detenuta presso la central prison di Lusaka. Verrà condannata al Leggi il seguito di questo post »
Vorrei lasciare ogni cosa che conosco ed immergermi in una terra vastissima dalle verdi chiome rotonde, interrotta dai campi di banane e caffè dove una contadina piega la schiena mentre una bimba le ronza attorno.
Vorrei leggere i pensieri scritti su un volto Leggi il seguito di questo post »
Il cielo è carico di nuvole che si confondono, si fondono, l’una con l’altra nella cappa cupa di smog che soffoca Lusaka, una Babele che tenta impacciata di evadere da sé stessa inseguendo un sogno sudafricano dagli occhi a mandorla. La luce filtrata dalle nubi tonde e compatte di fiocchi di panna tende al giallognolo, come in una pellicola degli anni ’70 in cui la dimensione spazio-temporale finisce per essere annullata dal caos, dalla psichedelia, dall’insensatezza. L’ombelico del caotico cosmo zambiano si chiama Mtendere, insediamento urbano situato ad est della città, il cui nome in lingua nyanja significa pace. Mtendere, come ogni favela del sud del mondo, lascia interdetti: è bella e malinconica come un canto d’amore, come l’anatema scagliato da una fattucchiera.
Quarantasette sono le settimane che mi separano dal ritorno, esattamente come i chili che peserà il prossimo anno della mia vita all’interno dei tre bagagli stipati in stiva. Milano mi ha congedata con gelo e torpore: nei sorsi di un Negroni sbagliato al bar Basso, persa in due occhi grandi e marroni, nei sussurri dei Mazzy Star di questo primo ed unico freddo di un inverno estivo, del mio inverno australe.