un impiegato in favela

Quarantasei: Mtendere

In Finestra su Longacres on 21 dicembre 2017 at 14:11

Da Finestra su Longacres, Di A.

Quarantasei: Mtendere / Zambia, Lusaka

Il cielo è carico di nuvole che si confondono, si fondono, l’una con l’altra nella cappa cupa di smog che soffoca Lusaka, una Babele che tenta impacciata di evadere da sé stessa inseguendo un sogno sudafricano dagli occhi a mandorla. La luce filtrata dalle nubi tonde e compatte di fiocchi di panna tende al giallognolo, come in una pellicola degli anni ’70 in cui la dimensione spazio-temporale finisce per essere annullata dal caos, dalla psichedelia, dall’insensatezza. L’ombelico del caotico cosmo zambiano si chiama Mtendere, insediamento urbano situato ad est della città, il cui nome in lingua nyanja significa pace. Mtendere, come ogni favela del sud del mondo, lascia interdetti: è bella e malinconica come un canto d’amore, come l’anatema scagliato da una fattucchiera.

Oggi nello slum è giunto un ospite d’eccezione, il deputy commissioner general on Zambia correctional service, Mr. Chilundika, per uno storico incontro con la comunità locale. La cerimonia comincia e si conclude con una preghiera che solo successivamente si intuisce essere un Padre Nostro recitato nel dialetto locale, mentre il capo di ognuno dei presenti è rivolto verso la terra che tinge di rosso il pavimento perché Dio va invocato sommessamente, ad occhi chiusi:

Atate wathu wa Kumwamba,
Dzina lanu liyeretsedwe.
Ufumu wanu udze.
Kufuna kwanu kucitidwe,
monga Kumwamba comweco pansi pano.
Mutipatse ife lero cakudya cathu calero.
Ndipo mutikhululukire mangawa athu,
monga ifenso takhululukira amangawa anthu.
Ndipo musatitengere kokatiyesa,
koma mutipulumutse kwa woipayo.
Amen.

– Amen.

Anche le testimonianze di un gruppo di ex detenuti sembrano diventare delle omelie, prediche rivolte ai fratelli cristiani in nome di un perdono evangelico dimenticato. In Zambia finire in carcere è sorprendentemente semplice: bastano una guida pericolosa; le attività politiche all’interno della dirigenza di un partito d’opposizione; il furto di un village chicken, di un litro di amarula; la diffusione in rete di un video contrario alla pubblica morale e così anche l’amore carnale finisce per essere criminalizzato. Altrettanto semplice è non rivedere mai più l’uscio di casa: la fame, l’AIDS, la tubercolosi, il colera, i compagni di cella violenti, la depressione e lo stigma sociale si sostanziano in pronunce di condanna alla pena capitale.

Piove a dirotto ed i tuoni fanno da cornice ai racconti di tenebra dei former offenders che un tempo erano amici, familiari o vicini di casa; ora ridotti a corpi esanimi, a reietti della società civile perché ripudiati dagli stessi amici, familiari e vicini di casa. Ciò che appare evidente è che se un Dio esiste, udendo le preghiere dei suoi fedeli, ha deciso anch’egli di chinare il capo e di chiudere gli occhi, di dimenticarsi dello Zambia, unica teocrazia cristiana nel globo terracqueo, di Lusaka e di Mtendere. Forse è proprio questo intimo e doloroso tradimento, il sospetto di essere votati a un inganno, che spinge gli zambiani a rifugiarsi, a cercare la salvezza terrena, l’unica che conta, in superstizioni primitive. Ed ecco che si assiste impassibili al proliferare di professioni medievali: cacciatori di streghe e stregoni; pastori prestigiatori che improvvisano sedute collettive di tongue speaking e trance; erboristi che curano con intrugli di radici, bacche e coloranti alimentari i mali che affliggono il corpo e lo spirito umano e, alle volte, persino quello meno umano di cari defunti ed antenati.

In attesa della divina provvidenza, Mtendere muore e con lei i suoi bambini che bruciano accanto all’immondizia abbandonata nelle fosse di quartiere. Nello slum dove non esiste il tempo futuro, dove non esiste il tempo, le ore scandite dalla campanella di scuola vengono fagocitate dalla polvere della strada, unica costante di ogni bambino di favela che nasce dalla polvere, vive nella polvere e ritorna alla polvere.

A Bauleni, altra baraccopoli della città, da qualche giorno una voce corre insistente di finestra in finestra: si chiacchiera della presenza di una bella straniera. Al baretto vicino al centro di aggregazione Steve Biko, un gruppo di anziani intenti a sorseggiare chibuku, la birra popolare prodotta tramite la fermentazione di mais e sorgo, racconta di una giovane donna che offre riparo ed insegnamenti ai bambini di strada. Ognuno di questi nonni o padri dall’età indeterminabile la chiama con un nome diverso: muzungu, così vengono ribattezzati i bianchi in questo angolo di sud del mondo; Danielle; Dagnella. “Daniela!” grida un ragazzetto scuro come il cacao, “l’italiana che ieri ha estratto una lama dalla bocca del mio fratellino”.

Ha smesso di piovere, lo smog è incastonato in una corona di nuvole rosa che rendono l’aria asfissiante, sta per imbrunire ed i bambini dello slum si allontanano per dirigersi rumorosamente verso casa. Quelli che invece una casa non ce l’hanno si radunano in gruppetti di quattro o cinque e vagano, vagano silenziosamente, alla ricerca di un cantuccio riparato da condividere, nella speranza che una Daniela arrivi anche per loro. La notte è ancora lunga per i bambini di strada.

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