un impiegato in favela

Posts Tagged ‘abuja’

“Una carestia come non si è mai vista”

In Finestra sulla Nigeria (del nord) on 26 ottobre 2016 at 15:51

Da Finestra sulla Nigeria (del nord), di Un impiegato in favela

È di recente pubblicazione la notizia della liberazione di alcune delle bambine di Chibok, quelle rapite due anni fa dalle truppe di Boko Haram, per intenderci, quelle della campagna #BringBackOurGirls. Tutti coloro che hanno seguito la vicenda sono più o meno consapevoli del fatto che ancora un centinaio delle ragazze di Chibok si trova sotto il controllo forzato del gruppo armato sedicente islamico. Però in pochi sono consapevoli del contesto di morte e distruzione che affligge la regione del lago Ciad (Nigeria, Camerun, Niger, Ciad). Ho tradotto un recente articolo del Washington Post che descrive sinteticamente la situazione. Ho aggiunto alcune note personali sul testo. In coda all’articolo una galleria fotografica che viene dalla mia esperienza sul campo e che credo dia l’idea delle dimensioni della crisi.

finestra sulla nigeria del nordest - oltre il deserto

Un campo sfollati nello stato di Yobe, Nigeria

“Una carestia come non si è mai vista” Leggi il seguito di questo post »

Oltre il deserto / Capitolo 3 (ultimo)

In Finestra sulla Nigeria (del nord) on 9 settembre 2016 at 10:44

Da Finestra sulla Nigeria (del nord), di Un impiegato in favela

Capitolo 3 – Ponte Lambro, casa?

“Sono proprio contento di essere vivo, prossimo al congedo; 
certo, vivo in un mondo di merda, questo sì,
ma sono vivo e non ho più paura.”
(Da Full Metal Jacket, Stanley Kubrick)

finestra sulla nigeria del nordest (62)

Un attimo prima, ad Abuja, tutto bisbigliava: ai bordi della strada tralicci reggevano a stento fili elettrici traballanti, lampioni friggevano, auto suicida facevano slalom tra le corsie spintonandoti addosso blocchi d’aria; ossa di cantieri scricchiolavano sotto il peso della loro lenta crescita prefigurando future ascese e tracolli; ai bordi dell’asfalto si affacciavano teste preistoriche dai gesti buffi degli agama agama, racconti di decadenza presente e futura, boccioli di disillusioni, strette di mano velenose, buste di ufficiali corrotti, rincorse disperate, fughe, foglie annerite dal petrolio, piume abbrustolite dal gas, puzza di pelle brasata, abbaglianti insegne e stazioni di rifornimento deserte.

Smonto dall’auto. Scende anche Emmanuel, l’autista. Mi offre sottomessi slanci di affetto dichiarandomi che dovrei tornare, che gli mancherò; si offre di allacciarmi le scarpe, di caricarsi sulla schiena le mie valigie; mi propone con insistenza di presentarlo alla mia famiglia.

All’ingresso dell’aeroporto un’invadente pancia verde-militare richiede il passaporto ad una giovane ragazza che mi precede nella fila e non la lascia in pace fino a che non la raggiunge il marito più grosso di lui. Mi tornano in mente i posti di  blocco del nord-est: “Non hai qualcosa per me?”, sussurra la divisa col kalashnikov, “guarda bene, neanche una bottiglia d’acqua? Facciamo la prossima volta?”… “Solo i passeggeri!”, si affanna il militare, “tu, mostrami il biglietto!”. Un uomo riesce a sgattaiolargli sotto l’ascella: “torna indietro, canaglia!” “Yessir, accompagno il signore al check-in ed esco” “Esci ora!” “Sir…” “Ora!”, accarezzando il mitra.

L’aeroporto mi accoglie tra pareti ammuffite, scritte sbiadite e calcinacci. Seguono l’ispezione dei bagagli e il controllo dei documenti: “hai pagato per il rinnovo del visto?… come no? devi pagare la tassa, puoi pagarla ora a me? non hai contanti? passi per questa volta, non perdiamo tempo, circolare!”. Al metal detector qualcuno affonda le mani nell’intimità del mio zaino, cerca qualcosa di prezioso, non trova niente. Avanzo. Oltre quella linea gialla ricominciano i miei diritti. Un passo alla volta. Oltre quella linea gialla ricomincia casa.

Agli imbarchi risuona nel petto di ognuno la paura della bomba. Ci scambiamo sguardi furtivi, boccheggiamo davanti al condizionatore, fuori avanza la notte. Due ore di attesa e sarò a bordo.

È l’alba a Parigi. Corridoi Leggi il seguito di questo post »

Oltre il deserto / Capitolo 2

In Finestra sulla Nigeria (del nord) on 1 settembre 2016 at 12:06

Da Finestra sulla Nigeria (del nord), di Un impiegato in favela

Capitolo 2 – Abuja, a margine di una grigliata

La terra non appartiene a nessuno, essa apparterrebbe ad esseri umani se questi fossero pastori del sole.” (Da “Woodabe, Pastori del sole”, di Werner Herzog)

finestra sulla nigeria del nordest

– Te lo dico da italiano e da europeo: sono cose che capitano anche da noi, eccome se capitano, ma io lo chiedo a te nigeriano: come si fa a tollerare che il vice-governatore di uno Stato dove si muore di fame per una serie di motivi terribili (conflitto armato, tagli alle vie di sostentamento delle regioni occupate da Boko Haram ma anche da milioni di civili) se ne vada in giro con un Rolex d’oro al polso? Si tratta di un vice peraltro, figuriamoci il governatore titolare! Al campo sfollati di Pompomari, un campo gestito dal Governo, succede che la gente debba uscire a cercare da mangiare perché non ce n’è a sufficienza per tutti; eppure alcune agenzie dell’ONU come il WFP e la FAO hanno messo a disposizione magazzini ricolmi di riso e altri beni alimentari e fondi per garantire l’alimentazione agli sfollati. Quello del Rolex non è un caso isolato ma un esempio all’interno di un sistema di corruzione consolidato del quale non posso non sospettare che lo stesso Presidente Buhari faccia parte.

– Ti capisco, ma vedi, con Goodluck Johnatan è stato peggio. A un certo punto le pratiche di corruzione hanno raggiunto livelli tali da non poter essere più insabbiate: erano i miliardi che mancavano dalle casse dello Stato, miliardi di dollari! Un cambiamento era necessario.

– Il cambiamento di per sé non conta. Nella storia abbiamo molti esempi di rivoluzioni sfociate in una situazione peggiore di quella alla quale si contrapponevano perché avviate coi mezzi sbagliati (come diceva un amico mio, “i mezzi prefigurano i fini”). Anche Boko Haram invocò e continua a invocare il cambiamento contro la corruzione dei governanti e la mancata ripartizione delle ricchezze derivanti dal petrolio del sud. Non imbracciarono armi, all’inizio. Si appoggiarono su valori di “purezza” dell’Islam credo proprio in reazione alla corruzione di Stato. Dimmi, a loro concederesti qualcosa di simile a ciò che mi pare tu stia concedendo a certi dirigenti?

– Non sono confronti da fare. Boko Haram non rappresenta un cambiamento possibile. Sono degli idioti. Fingono di portare avanti una guerra sbandierando un libro scritto in arabo che la maggior parte di loro non è neanche in grado di leggere (non saprebbero leggerlo neanche nelle traduzioni in inglese peraltro). Sono violenti, sono tali e quali al loro nemico.

– Sì, appunto, sono d’accordo, quindi ancora non capisco perché si dovrebbe esercitare clemenza verso certi governatori e presidenti?

– Amico mio italiano ed europeo,  Leggi il seguito di questo post »

Un venerdì a mezzogiorno

In Finestra sulla Nigeria (del nord) on 8 luglio 2016 at 16:27

Da Finestra sulla Nigeria (del nord), di Un impiegato in favela

Moschea di Abuja mosque

Esco dai, passo da Mr Biggs a prendermi del riso con autentici fagioli nigeriani o magari il fried rice with chicken o il jollof rice with chicken o magari il riso con quel sugo verde dentro al quale ci mettono un po’ di tutto, dal pollo alla carne di manzo alle cotiche, alla carne di pesce-gatto con quintali di peperoncino. Fa caldo oggi, le piogge si sfogheranno più tardi, la città è caotica dalle parti del lago di Jabi: chi si dà da fare a vendere suya, chi a fabbricare vetrine limando lastre trasparenti, chi insiste a chiederti se vuoi farti uno scatto per il passaporto, chi a martellare, chi a preparare il suo banchetto per il mercato, chi se ne sta annoiata dietro a un bancone di torte dalla corazza lucida, chi si limita ad osservare tutti gli altri sonnecchiante, abbandonato a un marciapiede, perché i giorni di festa dell’Eid non sono bastati a riposarsi a dovere. Le strade son fitte di tir che procedono ad alta velocità strombazzando nel vano tentativo di neutralizzare lo sfarfallio dei furgonicini a tre ruote gialloverdi che, tra occhiatacce e stridii di copertoni sull’asfalto, si ritrovano su ogni lato: a destra, a sinistra, a volte di sotto, mosche svolazzanti attorno a una pesante vacca africana. Ma si leva una voce da un balcone e Leggi il seguito di questo post »

Il giro dell’isolato

In Finestra sulla Nigeria (del nord) on 7 giugno 2016 at 08:50

Da Finestra sulla Nigeria (del nord), di Un impiegato in favela

Il giro dell’isolato

Quassù ci sono le stelle (le stesse che si vedono da casa); là in fondo, dall’altra parte di Abuja, tuonano nuvole buie; chissà se pioverà anche qui stasera. Intanto vado da Gozi, un paio di Star e se piove correrò via. Una Star oppure una Hero o una 33; ho scoperto che sono queste ultime le birre popolari: costano meno e sono più forti. In Sierra Leone era la Star la birra di tutti, ma non si può continuare a vivere sempre lo stesso momento; valuterò la conversione.

Gozi mi accoglie con le cerimonie riservate all’unico bianco di questi tavolini; eppure, adesso che è già la terza o la quarta volta che passo da lei, si sta progressivamente staccando e dedica più tempo ai clienti ordinari: ha capito che tanto a parità di servizio non pago più degli altri e da attenta donna d’affari, in nome del suo unico scopo, è capace di liberarsi di inutili pregiudizi.

Un bimbo in piedi sul cofano di una macchina parcheggiata di fronte allo spiazzo polveroso dove sono disposti i tavolini gioca a lasciarsi cadere tra le braccia della sorella adolescente mentre le auto del traffico neanche troppo intenso dell’orario di chiusura degli uffici scorrono sullo sfondo a pochi metri di distanza da loro. Tra le sedie e i tavolini di plastica che si ritirano di giorno e tornano di notte, si divincolano venditori di cibo secco, dopo-barba, profumi, cinture, orologi. ll bimbo sul cofano addita l’uomo dei pop-corn e, un po’ impettito, sicuro della protezione della sorella, ne comanda una busta determinato. Una squadra di funamboli dalle colorate e imbottite divise da supereroi , ma graffiate dai sassi e incrostate della polvere di queste piazzole grezze, approfittano di un angolo lasciato vuoto dagli avventori per esibirsi in capriole, equilibrismi e contorsioni, ora volando in passi di break-dance, ora volteggiando in salti mortali, ora raggomitolandosi con le caviglie dietro alla nuca per finire – mucchietti di ossa incastrate l’una nell’altra – in bilico sul capo di un compagno. Da una combriccola di cinque bimbi rimasti ad osservarli estasiati dietro un angolo esplode una risata di stupore.

Con la mente ravvivata dalla Star, sento che un soffio di vento proveniente dalla tempesta di laggiù in fondo mi accarezza le guance e mi porta voci di nord-est, voci che vogliono essere raccontate.

“Boko Haram invase il nostro villaggio e intimò Leggi il seguito di questo post »