un impiegato in favela

Archive for the ‘Finestra su Longacres’ Category

NUVOLE RAPIDE/ TRE

In Finestra su Longacres on 7 novembre 2018 at 14:14

Da Finestra su Longacres, Di A.

 

Video Nuvole Zambia Finestra su longacres lusaka bus station“How are you?”

Gli zambiani salutano così, chiedondoti come stai, anche se non ti hanno mai vista prima. E tu gli rispondi sempre “fine, thanks, and you?”, anche se non capiterà più di incrociarsi, anche se non è vero che stai bene. È un modo tutto africano di manifestare rispetto e considerazione verso il prossimo: l’incontro di pochi secondi per stabilire un contatto umano.

Ciao amico, sarà bello rivederti.

Ecco la nuvola numero tre (di dieci): Leggi il seguito di questo post »

NUVOLE RAPIDE/ DUE

In Finestra su Longacres on 6 novembre 2018 at 23:20

Da Finestra su Longacres, Di A.

 

Video Nuvole Zambia Finestra su Longacres

La nuvola di oggi ci porta al Bongwe, un localino in cui espatriati e zambiani condividono il buio insieme tra musica, birra, amarula, biliardo e feste. Settimana dopo settimana rimane la porta d’ingresso sulla lunga notte di Lusaka. Leggi il seguito di questo post »

NUVOLE RAPIDE/ UNO

In Finestra su Longacres on 5 novembre 2018 at 15:05

Da Finestra su Longacres, Di A.

Video Nuvole Zambia Finestra su longacres 1

Ci diamo l’arrivederci così. Da oggi, per dieci giorni, alcuni frammenti della Finestra su #Longacres ci accompagneranno lungo l’autunno uggioso. Ecco la prima nuvola, siamo sulla strada che da Lusaka porta a Mongu ed è proprio il cielo a toglierci il fiato. Leggi il seguito di questo post »

Zero: born again, home again

In Finestra su Longacres on 31 ottobre 2018 at 18:13

Da Finestra su Longacres, Di A.

“They say home is a place where you’re needed
Then I am home now, but I am leaving
To feel my feet being kissed by the seaweed
And I will be silent and kiss it back”

(Moddi, House by the sea, Set the house on fire)

Dedicato to my sweet cherry pie Marcelino, Mr. Andrew che mi ha trattata come una figlia e Mpoli che ha diviso la sua zucca con me.

ULTIMO ATTO

Zero Boom again Ultimo Finestra su Longacres Zambia

MONOLOGO NUMERO OTTO

Mi chiamo Alessia, anche se alle volte rispondo al nome di Robertino, da giugno lavoro al sedicesimo piano di un grattacielo grigioblu, vorrei trecentosessantacinque giorni di autunno ogni anno e mi manca il sapore della chikanda che riempie la bocca di gioia.

Deve esserci un meccanismo di difesa che permette agli esseri umani di filtrare e rimuovere le brutte esperienze, che ci consente di dimenticare per poi costruire i ricordi che scaldano il vento freddo di un mercoledì di ottobre a Milano. La rimozione, appunto, perché dello Zambia non posso far altro che sentire il bene che mi ha fatto, il solco che mi ha lasciato nel torace: nessuna traccia dei miei occhi rossi di sangue, niente più rabbia per quella rapina che mi ha tolto serenità e sonno, nessuna paura della polizia che non mi ha protetta e da cui ho sentito l’urgenza di proteggermi, è rimasto solo un fortissimo calore che irrora il mio corpo e la mia mente. E allora mi capita di sorridere scorgendo le Leggi il seguito di questo post »

Trentuno: l’ultimo viaggio, il primo viaggio

In Finestra su Longacres on 26 luglio 2018 at 13:34

Da Finestra su Longacres, Di A.

L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balìa di se stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione d’intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d’imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti.
[Hannah Arendt, Tra passato e futuro]

Finestra su Longacres Zambia ultimo viaggio primo viaggi copertina

Cammino fiera per strada pensando ai mesi trascorsi in un angolo di mondo che si è mostrato in tutta la sua sfacciata onestà. Insieme a me il piccolo Elijah, figlio di Chichi e fratello di Womba, che mi tiene la mano e dice che verrà a trovarmi, che anche lui vuole vivere in un posto in cui è obbligato ad andare a scuola. Gli sorrido e penso che raramente mi sono trovata davanti un bambino così intraprendente, fin troppo temerario, e che meriterebbe le stesse possibilità che ho avuto io all’età di sette anni. So che non potrà avercele perché la legge del caos ha voluto che le mie viscere prendessero forma in Europa mentre la stessa combinazione australe ha fatto sì che le sue si materializzassero nel sud dell’Africa. Il caso ha deciso che io nascessi con i cromosomi XX, di razza caucasica nella culla della civiltà bagnata dal Mediterraneo e sempre il caso ha deciso che Elijah nascesse con i cromosomi XY, di razza africana in un piccolo compound di Lusaka tra la fame e l’ingegno applicato all’autoconservazione. Mi fa tenerezza guardarlo mentre impugna la matita per disegnare un cuoricino sulla destinazione del nostro viaggio insieme, non sa cosa c’è scritto, ma sa che è là che passeremo gli ultimi giorni di esistenza condivisa. La sua bocca si è stretta nelle labbra assottigliate da un’espressione imbronciata, c’è qualcosa che non capisce: perché io posso venire a Lusaka quando voglio e lui non può trasferirsi a Milano dove si mangia sempre la pizza? Gli spiego che la pizza si mangia sempre a Napoli, ma che in effetti anche a Milano non c’è un regolamento che lo vieti. Della deprimente vicenda dei carboidrati gli dirò un’altra volta sperando di esser smentita dalla scienza nel frattempo, oggi mi tocca già raccontargli dei confini e delle leggi sull’immigrazione. Dopo venti minuti di spiegazioni su visti di lavoro e permessi di soggiorno, la sua manina si avvicina alla mia fronte, bussa alla mia testa e mi domanda:

– “E perché? Perché servono tutti questi documenti? Non puoi spiegar loro che vivere a Bauleni è molto difficile?”.

Non è lui ad essere confuso, la sua questione è lineare, ma non ho spiegazioni che possano soddisfare i perché legittimi che continuerà ad oppormi. Il viaggio in pullman si fa ancora più difficile quando lo vedo cercare sulla mappa lo stato a forma di stivale, ma quella è una cartina geografica dell’Africa ed è a quel punto che arriva la richiesta che più temo.

– “Bwana [capo in lingua nyanja], ma come si arriva in Italia? Se io cammino per tutta l’Africa arrivo da te?”

Ci penso qualche istante prima di rispondere, Leggi il seguito di questo post »