un impiegato in favela

Trentatre: figli del sole

In Finestra su Longacres, Finestra sulla favela Rocinha, Lookman, l'uomo che guarda on 6 luglio 2018 at 15:05

Da Finestra su Longacres, Di A.

“We are the children of the sun
Our journey’s just begun
Sunflowers in our hair

We are the children of the sun
There is room for everyone
Sunflowers in our hair”.
(Dead Can Dance, Children of the sun, Anastasis)

cieli e bimbi sierra leone favela rocinha zambia tre monologhi

MONOLOGO NUMERO QUATTRO
La cosa che più mi piace vedere dalla finestra è il sole tondo tondo, caldo e rosso. Mi fa sentire protetta ed amata anche adesso che vivo lontana dalla mia mamma e dalla mia casa. La zia è gentile, si prende cura di me e di tanti altri bambini, è la maestra della scuola comunitaria. Ieri mi ha insegnato a contare fino a cinquanta, faccio ancora qualche errore, ma ora so che tre anni sono pochi: la zia ne ha ventisette e la mamma diciotto, ho finito tutte le dita! Ah no, forse per la mamma mi rimangono ancora due o tre dita del piede sinistro… invece, per contare gli anni che ho mi basta mezza mano destra. Ma io sono grande lo stesso: so allacciarmi le scarpe, vestirmi e lavarmi da sola, cucinare la nshima senza bruciacchiarmi la pelle e pure usare la fionda meglio dei maschi della mia classe. Il sole scalda la terra e l’asfalto, me e i capretti che come me non hanno la mamma con sé. Chissà se anche la loro mamma si è messa a studiare per gli esami di fine anno e non aveva più tempo per loro. La mia dice che dovrò stare qua a nord ancora per tre anni. Ma tre anni, io lo so, sono tanti e sono lunghi, si può anche dimenticare di volersi bene. E se lei si dimentica di me, io avrò comunque il sole che si specchia sul lago Tanganika ad accarezzarmi la pelle. Il mio nome è Prisca e vivo a Mbala, al confine con la Repubblica democratica del Congo, in Zambia.

MONOLOGO NUMERO CINQUE
Mh mh! La cosa che più mi piace vedere dalla finestra è il sole tondo tondo, caldo e rosso. Mi fa sentire protetto ed amato anche adesso che sono tornato a casa e vivo lontano dai miei amici dell’Italia. Il mio papà, da quando siamo rientrati al villaggio, è scontroso, dice che posso ancora guarire, anche se gli hanno detto che più di così non si può. Io gli sto dietro però qualche volta mi arrabbio con lui, mh mh: i bambini che ho conosciuto all’ospedale in Italia non riuscivano a mangiare dalla bocca, a volte non riuscivano a fare cose semplici solo perché avevano un braccio bloccato o perché stavano in carrozzina o chessò io, e mi toccava aiutarli. Però andavano a scuola. Io non posso ancora mangiare dalla mia bocca e nemmeno andare a scuola, il papà non vuole, dice che se ci vado mi ammalo e lui poi deve stare in ospedale con me a proteggermi dai medici che non mi guariscono. Anche la mattina in cui ho bevuto la soda c’era il sole, le donne del villaggio stavano facendo il sapone, gli uomini erano ancora a pescare ed io stavo giocando con i miei fratelli quando ho ceduto alla sete e ho appoggiato le labbra alla bottiglia bianca, ma io non lo sapevo che non era acqua, mh mh. Il sole di quel giorno non lo dimenticherò: era incandescente come le viscere dentro di me, mh mh. Il mio nome è Lookman e vivo a Matotorka, a una decina di chilometri da Freetown, in Sierra Leone.

MONOLOGO NUMERO SEI
La cosa che più mi piace vedere dalla finestra è il sole tondo tondo, caldo e rosso. Mi fa sentire protetta ed amata, anche adesso che la polizia ha ricominciato a sparare e mia sorella grande non può scendere dalla collina perché rischia la bala perdida. I miei fratelli e le mie sorelle chiamano tutti con la J: Jaqueline, Jefferson, Jessyane, Juju, Joana, Jonatan, Joni, Maria Antonia… giusto, Maria Antonia non è con la J, ma l’abbiamo chiamata così perché pensavamo che fosse l’ultima… invece proprio l’altro ieri ne è arrivato un altro, che si chiama João Luiz. E poi ci sono Nicole e Caterina, figlie di Jessyane, e Gabriel, che è un torello, figlio di Jaqueline. E poi ci sono io, Marianina. Il papà è preoccupato e sta sul divano, dice che è meglio non uscire, che è meglio accucciarsi nell’angolo più lontano dalle finestre, che si può stare in caso tanto a lungo da confondere la notte col giorno, che è meglio che incontrare la bala perdida quando sparano. Io proprio non lo capisco, come si fa a confondere i raggi del sole con le stelle incorniciate dal buio pesto. Sarò anche piccola, ma certe cose si imparano a scuola, sempre che a scuola ci si riesca ad andare. Qui ce l’abbiamo una scuolina, quella da tia Barbara e do tio Julione, che mi porta sul motorino solo dall’inizio alla fine della via dove io e i miei fratelli abitiamo, la travessa da liberdade. Qui ci insegnano a vivere lontani dalle balas perdidas, ad usare le matite colorate sui quaderni, e ci raccontano che oltre questo cielo ce ne sono tanti altri. Mia sorella grande una volta è stata fuori dalla favela, doveva sposarsi e forse si è sposata, non lo so, non si capisce, ma quello che so è che poi invece è tornata, e dice che il sole fuori dalla favela è ancora più grande e caldo: si specchia sulla vernice metallizzata delle auto, sul vetro dei grattacieli – che nome buffo, grattacieli – e sull’oceano freddo e blu domato dalle tavole da surf. Bada a te stesso, irmão, continua a seguire il crepuscolo al di là delle lamiere modellate dal calore di luglio, dei grattacieli, delle spiagge bianche, del mare e delle Americhe. Il mio nome è Marianina e vivo alla Rocinha, favela di Rio de Janeiro, in Brasile.

 

Finestra su cosa?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: