un impiegato in favela

Ancora un istante

In Finestra MEMO on 13 aprile 2018 at 13:50

Da Finestra MEMO, Di Un impiegato in favela

Tappeto siriano artigianale Damasco

Ho fatto una cazzata oggi, ho scattato una foto nella direzione sbagliata e mi sono preso una pallottola in testa. Prima che ciò avvenisse, per arrivare al mio ultimo istante, ho fatto a tempo a raggiungere il valico giacente tra le cime innevate, ho varcato l’arco di cemento armato dalle macchie di ruggine che, stagliandosi sullo sfondo di un cielo azzurro smorto, sostiene la bandiera dalle strisce nera, bianca e rossa e le tre stelle verdi, sventolante timida al cospetto dell’imponente drappo intessuto del volto allampanato dagli occhi chiari scavati e un’ombra di baffi, effigie che di qui in poi ricorrerà su molti edifici, in trasparenza sulle vetrate di alcuni, fluttuante nel vento sui tetti di altri. Ho fatto a tempo ad essere accolto dalla spoglia terra siriana e, discendendo la montagna, a scorgere i bunker camuffati tra i sassi, le postazioni armate, le contraeree e le auto civili cariche di valigie e mobilio guidate nervosamente da chi può permettersi la cauzione per uscire dal paese; ho fatto a tempo a scorgere anche le ombre di quelli che la cauzione non possono permettersela e raggirano i soldati e la dogana rischiando la vita sul dorso della montagna. Prima del mio ultimo istante, ho potuto soffermare lo sguardo sull’ampia imboccatura del grotte da cui si dice si sviluppino sotterranei scavati da sette anni di guerra e prima da decenni e secoli di tensione e guerra. Da queste parti, ho visto sfrecciare giù per i sentieri scoscesi le jeep cavalcate da uomini armati dal volto bendato; ho sentito in lontananza il fragore dei mortai che provenivano da est, dalla Damasco Rurale. Era notte ed ho fatto a tempo ad essere svegliato dal boato che ha fatto tremare i vetri della finestra e che ha fatto scattare l’allarme di un auto, seguito da una successione di boati che si allontanavano ad intervalli regolari, sempre più distanti, verso ovest; i boati che il mattino dopo si sarebbero rivelati quelli dell’impatto dei missili lanciati da un paese qui considerato il nemico e gli anti-missili di terra siriana. Ho fatto a tempo ad apprendere che i mortai precipitano ogni giorno sugli edifici di Damasco e che sono pericolosi per chi si trova nelle immediate vicinanze dell’obbiettivo, per l’esplosione di schegge e di calcinacci degli edifici colpiti. Ho fatto in tempo a percepire l’intensificarsi dei mortai su Damasco dopo i missili di quella notte e la minaccia di quarantottore di bombardamenti sulla città. Ho saputo che a questa crisi a fatto seguito un convoglio di carri armati verso Ghouta Est; poi uno scrosciare di missili, poi Douma e Ghouta est, delle mani che proteggono disperatamente bocca e vie respiratorie e degli occhi sbarrati. Ho fatto a tempo a fotografare la scultura I love Damascus all’ingresso della città, ogni giorno ripulita delle lodi al Dottore. A Dar’a nel 2011 fu un bambino a scrivere sul muro qualcosa contro il Dottore e per questo ha ricevuto il trattamento di quelli che – si racconta sospirando – vengono bendati e fatti strisciare nei sotterranei giacenti sotto quell’appezzamento di terra arida protetta dalle barricate e dal filo spinato, quella terra inutile, che – si sussurra – ricopre un fitto sistema di stanze e corridoi. Volevo scattare una foto alle cupole delle piccole moschee del mercato dove ancora si intessono a mano tappeti dalle antiche astrazioni, ma abbiamo curvato all’improvviso e un soldato sveglio, dalla torretta di quella recinzione che circonda quei sotterranei, mi ha visto e non ha aspettato un istante. Ho fatto una cazzata, l’ultima.

Adesso mi sento svanire, perdo la sensibilità nelle mani, mi tremano le ginocchia, dimentico le aspirazioni, le indecisioni, io timori. Sento il peso della storia, dei pilastri contro la Russia, del grande e del piccolo Satana, dei morti, dei volti, del sangue, dei milioni di persone che hanno perso una casa, che non hanno accesso a una scuola, sento il peso delle centinaia di persone che non sanno niente di tutto ciò e che pensano di sapere tutto e che si esprimono e che commentano, che parlano e che mangiano e si riscaldano e consumano; consumano il cielo, che si ingrigirsce, e la visione delle Alpi, che si intorbidisce; sento il peso degli oceani di plastica, delle colline di plastica, della plastica sotto la sabbia, la sabbia del deserto che avanza, mentre il grande lago che recede; sento il peso dell’arroganza; mi giunge il petulante racconto di nemici creati perché possa essere colpa del nemico, perché il nemico possa essere accusato di privarci della robba, dei privilegi; il nemico da cancellare, da annientare; sento il peso dell’ingiustizia, sento il peso del futuro incerto dei bambini, che non potranno vedere il cielo blu come l’ho visto io quando ero bambino, sento lo sgretolarsi delle colonne che hanno retto la nostra pace, vedo la pace dissolversi come lo scorrere del mio sangue, sento il peso delle torture, dei denti spezzati, delle ossa frantumate, della dignità umana dissolta, in questo istante. Sono un bambino, sono il nemico, sono il carnefice, sono il sopravvissuto, sono il migrante, sono l’ebreo, sono il curdo, sono l’arabo, il tibetano,  il turco, il soldato, sono il proiettile che mi ha colpito, sono morto, ecco, sono morto, il tempo di uno scatto, lo schioccare di una pallottola, tutto finito, il peso è svanito. Ho finalmente conosciuto, anche se per un solo istante, il mondo; ho visto il dolore, ho saputo che cosa vuol dire perdere la speranza, è tempo di andare, adesso, addio vita, addio libertà.

Ndr per approfondimenti sulla crisi siriana, segnaliamo, tra i tanti articoli, questi dell’ISPI: Siria, armi chimiche e rischio escalation: cosa succede?; Siria, verso lo scontro USA-Russia?; Iran-Arabia Saudita: rivalità geopolitica, non settaria Conoscere e raccontare in modo adeguato è resistere, è fare qualcosa.

Un impiegato in favela

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