un impiegato in favela

Trentotto: la madre di Elijah

In Finestra su Longacres on 30 marzo 2018 at 09:43

Da Finestra su Longacres, Di A.

“Però è vero che ce sta una giustizia, a questo mondo…
Uno soffre, ne passa di tutti i colori, ma poi viene il momento d’esser felici per tutti”.
(Le notti di Cabiria, Federico Fellini)

Finestra su Longacres trentotto

Ciao, il mio nome è Chichi, ho tre figli, nessun marito e da due settimane sono rinchiusa nella cella di una prigione perché ogni giorno, a margine della strada, griglio le carni di manzi e capretti e ogni notte, a margine della stessa strada, offro la mia, di carne.

La mia carne è l’unico patrimonio che posseggo, è la schiavitù che ho scelto o forse quella che la sorte ha scelto per me. Mi vendevo prima di entrare qua e una volta uscita ricomincerò a farlo; ricomincerò per dare ai miei piccoli bastardi un pasto alla sera, per comprare le medicine quando si ammalano e per annegare nel brandy quando voglio sentirmi svuotata da ogni dolore, da ogni seme. Chissà se i miei ragazzi, sangue del mio solo sangue, sangue immondo e infetto di una vita carogna, sapranno procurarsi da mangiare restando lontani dai guai; chissà se si accorgeranno della mia assenza fra qualche mese; chissà se verranno a trovarmi in queste stanze fetide, fra qualche anno. Povero Elijah, cosa gli racconteranno le sue sorelle per tenerlo all’oscuro dai peccati della loro madre puttana? Eppure lo faccio anche per loro, baratto la mia infelicità per un briciolo della loro felicità. Quando li guardo negli occhi non provo più vergogna,  solo un rimorso soffocante per averli messi al mondo nel fango. Quando avevo l’età di Womba ero così affamata da non riuscire a dormire nemmeno dopo una giornata di lavoro nei campi del nord, la sera mi sdraiavo esausta e non facevo che pensare a quanto avrei desiderato mangiare qualcosa in più della nshima di tutti i giorni. Fissavo le pareti sporche della stanza che dividevo con cinque dei miei otto fratelli ed immaginavo che dietro ad ogni macchia si nascondesse un enigma, se fossi stata in grado di decodificarlo forse il giorno dopo sarei riuscita a mangiare.

Trascorsero ancora tre o quattro stagioni di fame e di notti passate ad interrogarmi sul messaggio che si nascondeva lì davanti ai miei occhi, sulla parete, fino a quando un giorno per noia, nel calore di un pomeriggio di ottobre, non feci l’amore in mezzo al campo di impua. Mi piacque, mi sentii artefice dei brividi che sentivo sulle braccia, dei gemiti che uscivano dalla mia bocca e della faccia libidinosa di quel ragazzino arrogante. Lo feci ancora, questa volta con uno che aveva il doppio dell’età del ragazzino ardente e mi piacque ancora di più, sapeva come toccarmi ed anche se io non sapevo come toccare lui, il suo volto mostrava altrettanta eccitazione. La voce si sparse tra gli uomini del villaggio e per i primi tempi rimase un segreto di cui tutti approfittarono, un segreto a pagamento. Lo feci altre centinaia di volte, diventai sempre più capace di soddisfare ognuno di quei desideri carnali: la mia lingua era diventata la soluzione all’enigma. Più il tempo scorreva tutto uguale e più quelle facce erano goduriose. Tutte tranne la mia, ma oramai avevo messo da parte il denaro sufficiente per andare via dal Copperbelt. Così quando rimasi incinta di uno di quegli animali famelici, famelici come me nelle notti insonni, mi trasferii a Lusaka. A Bauleni non fui la sola ad aver trovato tra lingua e cosce la soluzione all’enigma, così iniziai anche a cucinare per gli uomini sempre più famelici che si intrattenevano nella mia stanza: mi facevo nutrire e li nutrivo. Da allora sono passati dieci inverni, e solo Dio sa quanti ne passerò in questa cella lurida, più lurida di me.

Ho fame.

  1. […] è un bambino sveglio, è sopravvissuto al colera, alla miseria e all’allontanamento della madre, affronterà anche questo. Avvicino lo schermo del telefono al suo visino, gli mostro la rotta […]

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