un impiegato in favela

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Per due sacchi di riso

In Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno on 31 luglio 2015 at 19:36

Da Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno, di Un impiegato in favela

per due sacchi di riso finestra sulla favela

Di solito preferisco che la Finestra non racconti ciò che capita in ufficio, per rispetto verso i colleghi e il datore di lavoro, e perché trovo che ne derivino storie noiose per chiunque che non sia direttamente coinvolto. Ma ciò che è successo in questi ultimi due giorni devo lasciarlo andare: un soffio su una manciata di parole a caso, e che esse prendano il volo fuori dalla finestra.

Ci sono luoghi, in Sierra Leone, che raggiungi attraversando file di lamiere di zinco e assi di legno incastonati l’uno nell’altro. Oltre la palude che calma le onde furiose dell’Oceano e le accompagna ad accomodarsi placide tra le mangrovie, e a confondersi con la melma, e infine a liquefarsi in polvere; oltre la strada ora asfaltata, ora buche, rivoli di fogna e impasto di escrementi e fango; oltre la fila di baracche che ospitano abitazioni, parrucchieri, sarti, officine di moto e rivenditori di assi di legno e ferramenta, commercianti di buste di plastica e cancelleria, piccoli banchetti di corpi di pollo e pesce giacenti l’uno sull’altro in penombra, a lume di candela, sfiniti dall’ardore della piastra; oltre i negozi di DVD e dischi, che la sera alzano il volume e mostrano un film ad una piccola folla immobilizzata dalla meraviglia; oltre la strada, oltre il mercato, tra le distese di fango interrotte dalle palme che si stagliano a indicare il cielo, e finiscono per ripiegarsi al suolo, vivono comunità di donne, uomini e bambini che negli anni sono stati martoriati dalla guerra e dalle epidemie, e che escono decimate dall’ultima atroce condanna senza processo.

– Ma lo sai da quanto tempo questa gente non vedeva un sacco di Leggi il seguito di questo post »

Royal International Vocational Institute

In Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno on 30 maggio 2015 at 19:47

Royal International vocational institute Waterloo

Vivo a Waterloo, una delle più antiche comunità di Salone, fondata dagli ex-schiavi liberati che tornavano a casa molte centinaia di anni fa (così mi hanno detto a scuola), poi campo profughi dei liberiani che fuggivano dalla guerra (anche questo me l’hanno detto a scuola), e poi dei sierraleonesi perseguitati dal RUF (questo me lo ricordo perché io ero piccola ma io e la mia famiglia eravamo tra di loro). Le strade di Waterloo non sono come quelle di città: non hanno asfalto, sono coperte di terra rossa, che nei mesi invernali si secca e si lascia trasportare ovunque dal vento, perfino nelle orecchie e tra le trecce fitte, e adesso che è arrivata la stagione delle piogge, assieme all’acqua copiosa forma laghi di fango. Le case di Waterloo non sono come quelle di città: ce ne sono di mattoni e di legno, ancora in costruzione e antiche e tutte rotte, e sono bene organizzate in fila una di fianco all’altra con uno spazio attorno a ciascuna per chi può farsi l’orto. Alcune non hanno l’acqua, non hanno l’elettricità e ci vivono i poveri. Di tanto in tanto spunta da dietro un angolo il campanile di una chiesetta che si staglia verso il cielo. Tutto è immerso tra le palme, i manghi e i grovigli dei baobab.

Laggiù in fondo, lungo la Pike Street della comunità di Egbo Town, c’è il centro dove faccio il doposcuola. Oggi è stato un giorno bellissimo perché si è fatta la festa di Leggi il seguito di questo post »

Il pozzo di Waterloo

In Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno on 7 maggio 2015 at 18:06

Il pozzo di Waterloo

Yes sir, più avanti, ancor di più, dove finiscono le strade gremite di rumori di Freetown, sir. Oltre la strada asfaltata, oltre la Spur Road, la Congo Cross, il parco degli Scimpanzé e Regent, più avanti ancora, superando perfino quei posti laggiù, dove le colline dalle cime arrotondate si confondono tra le palme e la foschia, e si alternano alle vallate solcate dai rigagnoli lungo i quali la gente lava il bucato e lo stende sulle pietre, là dove adesso che c’è l’ebola le miniere hanno dovuto chiudere, ma forse di notte qualcuna ancora funziona; ecco sir, proprio laggiù, in corrispondenza del bivio Kissy-Waterloo, vicino a dove le mura grigie e il filo spinato cingono il vecchio campo profughi, che circondiamo dei nostri tettucci di legno e zinco sotto ai quali vendiamo quello che possiamo, là dove nuvole di polvere rossa si sollevano da terra, e adesso, dopo tanto tempo, i bambini escono felici dalla scuola e vanno a casa salterellando, sir, con la camicia bianca e i pantaloni azzurri o la gonna azzurra, felici di aver passato la mattinata a intonare cori diretti dalla maestra; laggiù, nella Western Area rurale, abbiamo trovato una falda acquifera, sir. In profondità, sir, Leggi il seguito di questo post »