un impiegato in favela

Posts Tagged ‘innocenti’

Trentaquattro: hey, sugar (CON VIDEO)

In Finestra su Longacres on 25 giugno 2018 at 14:21

Da Finestra su Longacres, Di A.

“I can take a road that’ll see me through”
(Road, Pink Moon, Nick Drake)

MONOLOGO NUMERO TRE (… continua dal monologo “Trentacinque: lo Stato siamo noi“)

Oggi il cielo sopra Mazabuka è terso, le nuvole sembrano gonfiarsi e sgonfiarsi al ritmo dei miei pensieri. Il sole non brucia più, il vento soffia e mi accarezza il volto mentre cammino verso casa nel mio primo giorno da uomo libero. Alla stazione degli autobus incontro il primo di tanti conoscenti che girano il capo alla mia vista. Nessuno mi saluta, nessuno mi chiede come è stato sopravvivere al carcere da innocente, nessuno degli anziani mi accarezza a nome dei miei genitori scomparsi, nessuno mi dice che sono stato coraggioso a sopportare tutte le umiliazioni, che sono stato bravo e che ora è tutto finito. Uno dietro l’altro gira la testa; uno dietro l’altro si allontana come fossi un assassino; uno dietro l’altro mi guarda come se avessi le mani intrise di sangue. Arrivo davanti alla porta di casa e mi tremano le gambe, non è la mia immaginazione, questa volta sono libero per davvero. La porta la trovo accostata, Leggi il seguito di questo post »

Trentacinque: lo Stato siamo noi

In Finestra su Longacres on 12 giugno 2018 at 13:11

Da Finestra su Longacres, Di A.

“All presumptive evidence of felony should be admitted cautiously; for the law holds it better that ten guilty persons escape, than that one innocent party suffer”.

(William Blackstone, Commentaries on the Laws of England, 1765)

MONOLOGO NUMERO DUE

Finestra su Longcres Trentacinque

Quella mattina stavo passeggiando tra i negozi di Cairo Road, stavo pensando a come chiedere alla ragazza che mi piaceva di uscire. Era ottobre, faceva caldo, la stagione delle piogge non sarebbe arrivata prima di due mesi, e mi sentivo stranamente felice, protagonista della mia esistenza. C’era un buon profumo di beef pie per strada, e mi era venuta fame. La gente intorno a me, invece, era nervosa, camminava con il volto crucciato verso il comizio di alcuni sindacati del lavoro. Sentivo gridare con rabbia e mano a mano che mi avvicinavo coglievo sempre più parole, sempre più ostilità e disperazione. Il Paese era diviso in due: il presidente in carica aveva reso gli avversari dei nemici da isolare e umiliare. A me non interessava molto, la politica non mi aveva mai entusiasmato, ma quelle grida mi sembravano un richiamo, ero curioso di sapere quale fosse l’oggetto del contendere, il motivo di tanto trambusto. Nel frattempo mi ero fatto coraggio e avevo scritto a Mathilda un sms per invitarla a mangiare un gelato nel pomeriggio. Lei era bella – bella da perdere le parole – era Leggi il seguito di questo post »