un impiegato in favela

Trentacinque: lo Stato siamo noi

In Finestra su Longacres on 12 giugno 2018 at 13:11

Da Finestra su Longacres, Di A.

“All presumptive evidence of felony should be admitted cautiously; for the law holds it better that ten guilty persons escape, than that one innocent party suffer”.

(William Blackstone, Commentaries on the Laws of England, 1765)

MONOLOGO NUMERO DUE

Finestra su Longcres Trentacinque

Quella mattina stavo passeggiando tra i negozi di Cairo Road, stavo pensando a come chiedere alla ragazza che mi piaceva di uscire. Era ottobre, faceva caldo, la stagione delle piogge non sarebbe arrivata prima di due mesi, e mi sentivo stranamente felice, protagonista della mia esistenza. C’era un buon profumo di beef pie per strada, e mi era venuta fame. La gente intorno a me, invece, era nervosa, camminava con il volto crucciato verso il comizio di alcuni sindacati del lavoro. Sentivo gridare con rabbia e mano a mano che mi avvicinavo coglievo sempre più parole, sempre più ostilità e disperazione. Il Paese era diviso in due: il presidente in carica aveva reso gli avversari dei nemici da isolare e umiliare. A me non interessava molto, la politica non mi aveva mai entusiasmato, ma quelle grida mi sembravano un richiamo, ero curioso di sapere quale fosse l’oggetto del contendere, il motivo di tanto trambusto. Nel frattempo mi ero fatto coraggio e avevo scritto a Mathilda un sms per invitarla a mangiare un gelato nel pomeriggio. Lei era bella – bella da perdere le parole – era la più brava della classe e ogni tanto mi aveva aiutato con gli esercizi di matematica, senza ottenere grandi risultati perché non facevo altro che osservarla, pensare a quanto avrei voluto baciarla. Mi stavo dirigendo verso al palco per colmare questa inedita curiosità, quando all’improvviso si sentì un colpo d’arma da fuoco, il rumore era fortissimo, sembrava provenire da dietro di me, mi fischiano le orecchie, il cuore mi batteva accelerato, mi tremavano le gambe dallo spavento: quel giorno sarei potuto morire. Tutti intorno a me incominciarono a urlare di terrore, sul palco si vedeva un uomo accasciato e sporco di sangue. In poco tempo le urla si fecero più forti, la gente correva, ed io insieme di loro, la folla si diradava e sul palco c’era sempre più sangue, sempre più copioso e freddo. Il leader del sindacato degli agricoltori era stato assassinato davanti ai miei occhi.

Non pensai ad altro per ore fino a quando non mi arrivò il messaggio di Mathilda, mi chiedeva di aspettarla davanti a scuola alle 4PM, non riuscii neppure a sorridere, non riuscii ad essere contento e finii per non risponderle come avrei voluto. Mi presentai all’appuntamento quasi senza voglia, mi resi conto di quanto fosse carina, si era truccata più del solito, o forse solo diversamente, forse per l’imbarazzo del primo appuntamento. Le raccontai a cosa avevo assistito al mattino, come mi ero sentito, e lei finì per confortarmi. Ci baciammo a lungo, le sue labbra erano panacea, balsamo per le mie ferite. La accompagnai a casa e prima di lasciarmi mi chiese di vederci anche il giorno dopo: il test di fine trimestre si avvicinava ed io ero tornato ad essere un ragazzino felice con un’esistenza eccitante davanti.

La mattina dopo sentii bussare alla porta, le mani sbattevano brutalmente contro al legno e mi chiesi chi potesse essere a quell’ora, il perché di tutto quel baccano. Aprii e davanti mi trovai una decina di agenti di polizia: erano venuti ad arrestarmi per l’omicidio del sindacalista del PF. Mi trascinarono con forza, ero sconvolto, non facevo nient’altro che gridare che si trattava di un errore, io non c’entravo niente. Mi portarono a Livingstone, dall’altra parte del Paese, e nel carcere scontai i primi due anni di detenzione preventiva in attesa del processo. Ad ottobre del 2015, dopo un procedimento sommario segnato dalle falsità, diventai, come si dice?, l’ho imparato in carcere: “il capro espiatorio”, il capro espiatorio di un delitto che non avevo commesso. Mi condannarono a 7 anni per aver partecipato all’assassinio di un uomo che non avevo idea di chi fosse: dissero che ero stato complice di un esecutore materiale ignoto. Serviva un volto, per l’assassino di una persona pubblica, guardatemi in faccia: scelsero questo. Vendetti la casa per pagare le spese processuali, il grado d’appello arrivò dopo quattro anni dall’arresto, la condanna venne confermata nell’imbarazzo della Corte: tornai in carcere nonostante tutti sapessero che ero innocente. Dopo pochi mesi il magistrato dispose il mio rilascio per buona condotta, riducendo di un terzo la pena. Nel procedimento dinanzi alla Corte Suprema fui assolto per totale estraneità ai fatti: quattro anni neri di tortura ed ero l’uomo sbagliato, incastrato da testimonianze false per essermi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Tornai a Mazabuka, senza più una casa, e smisi di essere Harry Henry. Il Presidente Lungu era stato rieletto, i giudici nominati dal Governo erano lo Stato ed io ero diventato un avanzo di galera.

[to be continued…]

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