Di Lookman, Di Un impiegato in favela
“Life is what happens to you while you’re busy”

“Dev’essere un tripudio dei sensi, sennò niente”, sospirava dal centro di un palco di un teatrino povero di un villaggio in cui di solito si tratta di mercato e di bestiame e di come tirare avanti con la vita. L’acustica era pessima: non era che un capannone dalle pareti di muratura e il tetto di alluminio, torrido da ottobre a marzo nonostante le aperture senza finestra lasciate a respirare sulla fascia superiore delle pareti, soffocato dal battito incalzante dell’acqua che veniva giù dal cielo incessante durante la stagione delle piogge. La platea ascoltava una storia soprendente nella quale una porzione di foresta tropicale non distante dall’oceano e le persone che l’abitavano erano state in qualche modo coinvolte.
Contemporaneamente, dall’altra parte del mondo, in una comoda abitazione di una città dalle strade dall’asfalto limipido e dai mezzi pubblici molto ben funzionanti (quasi sempre), qualcuno si affacciava ai fornelli non prima di aver aperto una bottiglia di vino rosso e di aver fatto partire della musica: la cena di una giornata così intensa ed enigmatica, la prima da un po’ di tempo libera dal pensiero di ciò di cui occuparsi il giorno dopo o la settimana a venire, non poteva che essere corredata di tutto ciò che doveva servire a coinvolgere tutti i sensi: o tutto o niente; fuori, il cielo plumbeo dei temporali di maggio avrebbe incoraggiato a perseverare nel chiudersi in casa, a vivere almeno un attimo solo con se stessi, a prendersi cura anche solo per un attimo di se stessi. Solo un pensiero Leggi il seguito di questo post »




