un impiegato in favela

Posts Tagged ‘racconti di favela’

La combriccola (per Antonio Spirito)

In Ad Antonio Spirito, Finestra sulla favela Rocinha, Il libro della Finestra on 11 febbraio 2016 at 18:56
(foto di Antonio Spirito)

(foto di Antonio Spirito)

Non c’è niente da fare, l’età migliore, qui da noi, è quella in cui ciabatti qua e là trattenendo salde le infradito tra il pollicione e il ditino che gli sta accanto, rovinando giù per le scalinate, quelle umide e quelle polverose, quelle alte che ti pare di arrampicartici e quelle sottili sottili che ci scivoleresti sopra senza mai scivolare, senza mai perdere le ciabattine, tranne qualche volta; l’età in cui sorridi sempre, cerchi una palla e una piazzetta per una partitella, oppure un piano inclinato di cemento sul quale scivolare, come se fosse una rampa di lancio, seduto su una bottiglia di plastica accartocciata recuperata in mezzo a qualche discarica; eh sì, l’età che preferisco è proprio quella in cui, no, a scuola no che non ci vai, e ridi, lanci i sassi ai cani che scappano facendo iiih iiih iiiih, tormenti gli uomini magri disastrati, dalla faccia bitorzoluta, gli uomini delle discariche, fino a che non si risvegliano dal loro torpore da ubriaconi, con l’alito che gli puzza, per levare il bastone e brontolare, inciampare e capitombolare, per poi tornare a rimbrottare mostri che vedono solo loro; quella in cui poi agguanti un autobus al volo per scendere subito, alla fermata dopo, senza farti accorgere dal cobrador, e chiedi a un gringo i soldi per un açaí e se te li dà bene, sennò torni con gli amici a correre in mezzo alla estrada da Gavéa senza farti centrare dai mototaxi risalendo di nuovo le scalinate per raggiungere la rua um, dove ci sono i meninos armati che ti richiamano e ti dicono cose gentili, ma son grandi loro; quella in cui cerchi una mazza, un bastone, qualcosa, e vai a rompere le giganti teste imbrillantinate da playboy che stanno sui manifesti elettorali, e poi torni un attimo a casa a vedere se qualcuno te l’ha preparato, un piatto di riso e fagioli… mmmmh, eu gosto de feijão!… questa è l’età migliore; l’età migliore è la nostra.

Sì, perché quelli più piccoli di noi, Leggi il seguito di questo post »

Il sogno di A (per Antonio Spirito)

In Ad Antonio Spirito, Finestra sulla favela Rocinha, Il libro della Finestra on 4 febbraio 2016 at 09:15
Il sogno di A - per Antonio Spirito

(foto di Antonio Spirito)

C’era una volta il quindicenne A, che aveva vissuto tutta la sua vita nel mezzo di un groviglio di vicoletti sgocciolanti che si contorcevano in scale sgangherate che decine e decine di bimbi risalivano e ridiscendevano in ciabattine, pantaloncini e maglietta; si contorcevano e si aggrovigliavano, i vicoli, fino a sfociare in una piccola piazza. Se arrivavi da dove la domenica sera si suonava e si ballava il pagode, dalla cima della coloratissima Rua Quatro, a metà della collina: non ancora lassù, dove i mattoni e il cemento cedevano gradualmente a tronchi e radici che suggerivano le intricate oscurità della foresta tropicale più fitta; ben distante da laggiù, dove una larga strada asfaltata univa Leblon a São Conrado e São Conrado a Barra e separava il popolo di favela dal resto del mondo, se arrivavi da qui, dal cuore della favela Rocinha, alla piazzetta accedevi giù per una scalinata stretta e ripida, affiancata da un raro passamano di ferro fatto montare da Nando, che proprio qui, in cima ai gradini, gestiva una scuola per bimbi. Presso la piazzetta, dopo i vicoli, le braccia di chi la raggiungeva all’improvviso sentivano di potersi esprimere nella loro massima estensione, i polmoni di potersi finalmente liberare in un respiro leggero; eppure chi avesse compiuto quest’impresa non si sarebbe certo ritrovato al centro di un enorme spazio: in alto un pezzo di cielo, su un lato una muraglia grigia che si dischiudeva in un tunnel basso e stretto che ti avrebbe accompagnato verso nuove ristrettezze simili alle precedenti, poi la roccia stessa della collina a chiudere l’altro lato e a fare da fondamenta a grigi pilastri martoriati da spuntoni di ruggine, poi, sulla cima dei pilastri, indecisi pavimenti e tremanti pareti a confezionare stanzette affollate dall’anima di mattonato rosso e calce sgretolata, infine un’altra stretta scalinata proiettata verso chissà quali nuove aggrovigliate destinazioni. Qui, in questa piazzetta e nei vicoli attorno, il quindicenne A aveva snocciolato ogni singola giornata dei suoi quindici anni di vita di favela. Leggi il seguito di questo post »